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Il male dell'antisemitismo

La tendenza ad individuare nell’ebreo l’origine del male


(Angelo Perrone) Dal giorno dell’assalto terroristico di Hamas in Israele, il 7 ottobre scorso, siamo stati trascinati in un vortice.
La terra, ritenuta “santa” da tutte le religioni monoteistiche, è insanguinata, violata, offesa. È tradita in primo luogo da coloro che dovrebbero amarla e averne cura.
L’empatia per le vittime di quel sabato, quando i terroristi di Hamas hanno compiuto l’eccidio è presto scivolata via, sovrastata dalle grida d’odio, dai proclami nelle piazze, dalle manifestazioni di antisemitismo.
Il massacro di civili inermi, nei kibbutz al confine di Gaza, è stato svilito nella sua rilevanza epocale dalle correlazioni con le vicende, anche sanguinose, che hanno contraddistinto il conflitto israelo-palestinese in oltre settant’anni. 
Il ring delle platee televisive e social ha fatto il resto, subito affollato da contestazioni, incentrate sull’esagerazione della reazione di Israele nella striscia di Gaza e sulle sue conseguenze per la popolazione palestinese inerme. 
Il terrorismo è confuso con i diritti del popolo palestinese e non si è capaci di stigmatizzare la spregiudicatezza di Hamas che aggredisce inermi, si fa scudo della popolazione di Gaza, persino nascondendosi sotto gli ospedali ed usando le ambulanze.
Il mondo stesso delle università, che dovrebbe curare la formazione critica dei giovani ed essere espressione di consapevolezza, ha mostrato una sorprendente difficoltà a trovare le parole giuste. L’alternativa apparente, scegliere Israele o la Palestina, maschera l’inganno di confondere la causa palestinese con gli obiettivi stragisti di Hamas e Hezbollah. 
Il pronunciamento sulla vita e la dignità delle persone, che siano ebrei o arabi, è ridotto a “visione di parte”, impossibile da sostenere senza accuse di parzialità. Non è, quel diritto umano, monito universale, valido per tutti e in ogni contesto. Nei templi moderni del pensiero e della formazione culturale, il clima di opportunismo è evidente. 
Di fronte a simili tortuosità, sono passate sotto silenzio le posizioni nette. La Sapienza di Roma ha votato una mozione «contro il brutale attacco in Israele» e anche l’Università di Pisa ha espresso il proprio «sgomento di fronte agli attacchi terroristici operati da Hamas e alla successiva reazione israeliana». Ma sono sembrate voci minoritarie.
Il livello del dibattito pubblico, in Italia e fuori, non aiuta a comprendere. Il silenzio moralmente inaccettabile investe tutti, gli amici degli uni e degli altri, i simpatizzanti della causa israeliana e di quella palestinese. 
C’è l’incapacità di esprimere, al di là delle frasi di circostanze e delle doverose premesse, l’orrore per quanto accaduto il 7 ottobre, che nulla toglie all’espressione doverosa della solidarietà al popolo palestinese vittima innocente dei bombardamenti israeliani. Non si trova il coraggio di condannare il terrorismo arabo, come anche la disastrosa e corrotta dirigenza palestinese della Cisgiordania.
È la vita degli innocenti, il diritto a sopravvivere che dovrebbe offrire a tutti l’ancoraggio etico e una chiara visuale delle cose. A ben vedere è un virus che affligge tanto i palestinesi quanto – di riflesso – gli israeliani. 
Riemerge in Occidente la tendenza secolare ad intravedere nell’ebreo l’origine del male e l’incarnazione di tutti i difetti della modernità. Un atteggiamento “totalizzante” che si nutre delle storture della storia man mano che si producono, assorbendole e riversandole sul mondo ebraico. Oggi, quelle mancanze sono il colonialismo, lo sfruttamento capitalistico, le iniquità della globalizzazione, la povertà. 
Il palestinese, privato della sua umanità singolare, diventa il simbolo dei derelitti di tutto il mondo, da redimere, sostenere, contro l’aggressore. Un processo di allucinazione storica che però provoca, per reazione, tragiche conseguenze. Anche gli ebrei, vittime di un pregiudizio storico e di un annientamento sistematico culminato nella Shoah nazista, sono inevitabilmente condizionati, nelle risposte, da quel sentimento. 
Il ricorso alla forza come strada privilegiata è il primo drammatico riflesso, sulle vittime, di quell’istinto antisemita. L’antisemitismo è un’ideologia sacrilega per la vita umana che, nella sua violenza sconfinata, pone troppo di frequente in un vicolo cieco le stesse vittime. 
Non si tratta soltanto di contrastare le forme di antisemitismo e gli atti terroristici, e di rimanere incagliati nella tortuosa definizione della misura della difesa legittima. Serve anche scavare nel profondo del male. Chiedersi perché l’estremismo trovi terreno così fertile persino nell’opinione pubblica occidentale giungendo ad episodi di intolleranza e disumanità. 
L’incapacità di capire l’altro, le sue ragioni, i suoi diritti, e di accogliere l’umanità diversa da noi deriva da un meccanismo di scissione politica e psicologica che porta ad espellere dalla mente ciò che non piace, non apprezziamo, non condividiamo, o che risulta in conflitto con le nostre ragioni. 
Ma questa tendenza impedisce esattamente di comprendere l’intero, di definire la globalità dei rapporti umani, di riconoscere la possibilità che esistano ragioni degli altri accanto alle nostre. Insomma che – espunta la violenza in qualsiasi forma – possano esserci basi possibili per la convivenza tra persone e popoli diversi.

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