Passa ai contenuti principali

Giorgia Meloni, la strategia insidiosa del nome

La personalizzazione nega il valore collettivo dell’azione politica 

(Sintesi dell’intervento pubblicato il 7.5.24 su Critica liberale, con il titolo Giorgia, il volto del potere)

(Angelo Perrone) «Scrivete solo Giorgia sulla scheda per le Europee», ha esortato la Meloni da Pescara al lancio della campagna elettorale. L’invito a scrivere solo il nome, senza il cognome, come se lei fosse l’amica di famiglia, la vicina di casa, è un messaggio pieno di significati.
È reso possibile da un artificio, scrivere sulla scheda che lei è Giorgia detta Giorgia, come se il nome fosse il soprannome di sé stesso. Si allude ad un rapporto diretto e speciale. Cadono le differenze, l’elettore è alla pari con chi esercita il potere. L’ambizione è convincere la gente, spingerla a votare, catalizzare i consensi e trainare il centro destra, non importa se poi lei non andrà affatto nel Parlamento europeo per cui chiede voti.
Il concetto insinua la vicinanza tra l’uomo comune e il detentore del potere. Il singolo esce dalla massa, non è più un numero. Scrivere il nome è una credenziale per entrare nel gruppo, far parte della cerchia. Si arriva a convincersi: «me l’ha chiesto lei personalmente di votarla».
Parole suggestive e ingannevoli. I politici, al pari degli influencer, sono alla ricerca di narrazioni per convincere. Le immagini sono messe al posto di idee e progetti. La sfida del populismo mediatico si gioca sulle illusioni in grado di distogliere l’attenzione da errori, incapacità, mancanza di visione politica.
La strategia del nome proprio è stata usata tante volte, con esiti a volte clamorosi. Personalizzare serve, eccome. Quanto alla durata, chissà. Spesso si creano bolle enormi, che scoppiano in fretta, o durano poco. Si pensi a Renzi, Salvini, Berlusconi.
Non sempre puntare sul nome ha portato fortuna. Ma non ha scoraggiato. Oggi la Meloni ci riprova e fa scuola. È forte la tentazione di fare lo stesso, aggiungere al cognome qualsiasi cosa serva a farsi notare. Per un voto in più.
Farsi chiamare per nome sarebbe utile ad eliminare le distanze, perfino la disaffezione. Non ci si lamenta dei rapporti tra politica e società? Eppure è difficile cogliere nella personalizzazione estrema della politica un carattere virtuoso.
Rimanendo alla Meloni, l’impressione è che la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, e in genere la sua politica, sia concentrata su di lei, cioè sulla persona. La posizione politica coincide con l’immagine della leader. L’obiettivo è fare il botto. Una strategia che, scavando appena, mostra il vuoto dell’azione.
La Meloni è riuscita a parlare a lungo senza citare le liste d’attesa nella sanità pubblica e la carenza di medici nelle specializzazioni più delicate, né menzionare il livello basso dei salari che non permette alle famiglie di arrivare a fine mese, oppure la piaga degli incidenti sul lavoro.
La partecipazione al voto del capo del governo si accompagna al silenzio su cifre e situazioni. Conta la missione personale, è importante sollecitare l’adesione degli adepti.
Il messaggio è creare uno spartiacque, dividere tra il bene e il male. Il voto serve, in quella alternativa manichea, a giustificare le iniziative più azzardate e pericolose, dal premierato all’autonomia differenziata, all’attacco alla giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati.
Abbiamo sperimentato la faccia dell’antipolitica rappresentata dal Movimento 5 Stelle. Non bastava. Scopriamo, ora, un’altra forma di antipolitica, che si identifica con la sovraesposizione dei leaders.
Personalizzare la politica è una scelta opposta alla socialità della vita politica. Perciò distorce la dialettica democratica.
In questa suggestione, non c’è prospettiva, solo tatticismo e alienazione. Dando spazio ai più intraprendenti, viene meno la partecipazione e tutto si riduce alla speculazione egoistica sul voto dei singoli. Manca il lievito del pensiero strategico che sappia offrire visione del futuro. Difetta in fondo la politica nella sua migliore accezione, che è sforzo congiunto di tutta la collettività in vista di obiettivi comuni.

Commenti

Post popolari in questo blog

La ciabatta sepolta e l'inquilino fantasma: un’estate a Genova 🩴 ⛱️ 🚣‍♀️

(Introduzione a Daniela Barone). Il trasloco in un nuovo quartiere, un nonno dai capelli di neve che domina i campi di bocce e una notte movimentata da un ospite inatteso. In questo racconto, l’autrice ci riporta nell'Italia dei "musicarelli" e delle estati nel quartiere San Giuliano di Genova, dove i piccoli dispetti infantili diventano i ricordi più nitidi di un mondo che non c'è più. (Daniela Barone) ▪️ 🟢  Il trauma del quarto piano Era estate e ci eravamo appena trasferiti dalla casa popolare di Via Montanari a quella situata al quarto piano in Via Paolo della Cella. Pur trattandosi dello stesso quartiere, il cambiamento fu per tutti noi piuttosto traumatico. Il nuovo alloggio si trovava infatti in uno stabile che dava su una via rumorosa e trafficata.  Per di più non c’era neppure un poggiolino ove porre dei vasi di fiori e stendere comodamente il bucato. La mamma usava una lunga carrucola per appendere i panni sulla corda e ogni volta aveva il timore di cadere ...

Madre Arrighi: Il velo tolto e la danza segreta ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta degli anni di collegio? Spesso le sensazioni: il fruscio di una tunica, l'odore di un giardino o un sorriso che sapeva di libertà. In questo racconto, la memoria torna all’Istituto del Sacro Cuore di Castelletto, a Genova, per ritrovare il volto di Madre Arrighi, una figura che ha saputo trasformare il rigore della clausura nella leggerezza di una danza. (Daniela Barone) ▪️ Un sorriso tra le tuniche nere La suora che prediligevo nel maestoso Istituto liberty del Sacro Cuore che frequentai per cinque anni si chiamava Madre Arrighi. Non so quale fosse il suo nome di battesimo. Per tutte le piccole e grandi allieve del collegio lei era Madre Arrighi e basta. Com’era diversa dalle sue consorelle! Pur indossando la medesima tunica nera, si distingueva per il marcato accento emiliano, i lineamenti perfetti e la dentatura candida ma soprattutto per il sorriso disarmante. Nulla le faceva mai corrugare la fronte. Madre Arrighi era il ritratto dell...

Votare è un diritto, capire le conseguenze del proprio voto è un dovere verso la Costituzione ✍️ 🗳️

(a.p.). Il 22 e 23 marzo non saremo chiamati solo a barrare una casella, ma a decidere se e come modificare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un tema così denso merita uno spazio di riflessione laica, tecnica e civile. Per questo abbiamo deciso di confrontarci apertamente, analizzando le implicazioni reali di questa riforma sulla vita dei cittadini e sull'indipendenza della magistratura. Un'occasione per trasformare il dubbio in opinione consapevole. Vi aspettiamo. Ne parliamo a Pisa, in un luogo di ascolto e dialogo: • Dove: Chiesa Valdese di Pisa, Via Derna 13. • Quando: Lunedì 16 marzo, ore 18:30. • Con chi: L’Avv. Eunice Ng Pak e il Dott. Angelo Perrone (Giurista, già magistrato). ❇️ Postilla Letture per arrivare preparati all’incontro ℹ️ Riforma costituzionale: i 4 punti critici per i cittadini 📦  ℹ️ Referendum: la delega in bianco e il “salto nel buio” 🤸‍♂️

Innamoratevi! La lezione di poesia e amore di Roberto Benigni

(a.p. – Introduzione) ▪️ Attilio De Giovanni è lo stralunato docente di letteratura italiana, impersonato da Roberto Benigni, che in una celebre sequenza del film La tigre e la neve (2005) si lancia, davanti a una platea di alunni, in un sorprendente elogio della poesia, dell’amore e del coraggio. Con immagini visionarie e intuizioni comiche, il docente cerca di trasmettere ai ragazzi la sua passione per l'arte e per la gioia di vivere. Una passione umana destinata a rimanere nella dimensione dell’impossibile e incrociare una cocente delusione? Nulla è impossibile. Per questo motivo, l'intervento di Benigni che segue non è solo un omaggio alla poesia, ma un vero progetto di vita e il contesto essenziale per comprendere a fondo la bellezza e la forza del testo tratto dal film. Roberto Benigni: «Innamoratevi!» (Roberto Benigni – Testo) ▪️ «Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate. Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un...

Non solo fantasmi

La stenotipia e il processo: la storia delle persone che sono coinvolte in una lotta per la dignità di un servizio pubblico di Catia Bianchi Ciao. Sì, sono la stenotipista di tribunale , e sono anche l’ anonima stenotipista , che ha scritto post e commenti su questo blog e in rete. Sono quel che definiscono una “toscanaccia”, e vivo in un paesello toscano "fra i lupi" (ma forse è solo invidia per l'aria fresca che qui tira nonostante le temperature bollenti di oggi). Di lavoro, appunto, sono stenotipista presso il tribunale di Pisa dal 1993.