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Discriminazioni sessuali: pagina chiusa?

La bocciatura del ddl Zan non è solo frutto di manovre politiche: occorre risolvere nodi


(Angelo Perrone) La bocciatura in Senato del ddl Zan su discriminazioni e violenze sessuali sottrae al panorama politico un tema che investe da vicino i diritti civili. È probabile che sia il prossimo parlamento ad occuparsene, i tempi sono stretti e mancano le condizioni politiche per farlo.
Il testo, che unificava proposte di sinistra e di destra, è inciampato in un passaggio che era procedurale e di sostanza. Sono state giocate partite di metodo, di contenuto, ed anche estranee all’oggetto della legge. Le urla scomposte che hanno accolto la bocciatura erano volgari in un’aula parlamentare, ma danno la misura di un’inadeguata preparazione.
È finita, per le vittime dell’odio sessuale, nel peggiore dei modi. Cosa conteneva di così disdicevole il ddl Zan? Quali i punti complicati? Sono intervenuti davvero tutti, dai partiti alla Chiesa cattolica, e tutti hanno proposto modifiche, tanto che è stato impossibile distinguere l’intento migliorativo dai propositi di sabotaggio. 
I dubbi più seri sono stati offuscati da polemiche, accuse, anche esagerazioni. I sostenitori hanno esaltato, enfaticamente, la proposta come “patto di civiltà”, poi non sono riusciti a sottrarsi all’accusa di “intransigenza” di fronte al rifiuto di mediazioni. 
Gli altri in ordine sparso. I critici (la Cei e i cattolici) hanno contestato che si potessero combattere le discriminazioni instaurando un clima di intolleranza verso i difensori della famiglia tradizionale: “diventerà reato dire che ai bambini servono un papà e una mamma”.
I detrattori (la destra di Salvini e Meloni) hanno buttato la palla in tribuna: per andare avanti, serviva altro. “Tenere fuori i bambini, la libertà educativa, la teoria gender, i reati di opinione”. 
Infine, i transfughi (quelli di sinistra che nel segreto si sono schierati con il centrodestra in contrasto con le dichiarazioni di voto) hanno votato pensando alle battaglie future (il Quirinale) e cercavano notorietà.
È finita con le invettive. Sullo sfondo, non è mancato chi ne ha tratto conclusioni sulla qualità del confronto politico: il fatto che la cultura progressista fosse tutta a sostegno di questi temi, perché politicamente corretti, avrebbe impedito alle opinioni diverse, conservatrici, di farsi valere. Come è andata allora?
Il ddl Zan non mirava solo a introdurre nuove fattispecie di reato, (gli atti discriminatori e le violenze dovute a motivi sessuali), e nuove circostanze aggravanti (l’aver commesso qualsiasi altro reato per le stesse ragioni), sul solco di quanto già previsto per altre forme di odio (razziale, etnico, religioso), ma si è spinto più avanti. 
In questa avventura sul filo del rigore e sul versante dei valori etici, il conflitto tra sostenitori e detrattori della legge è deflagrato, e il bandolo della matassa è sfuggito a tutti. L’ordinamento affronta un compito difficile quando deve regolare delle situazioni e nello stesso tempo promuovere cambiamenti del costume civile.
Il campo affrontato con gli artt. 4 (definizione delle opinioni “illegittime”) e 7 (giornata scolastica contro l’omofobia) della legge è uno dei più insidiosi che le norme giuridiche possano disciplinare. Sono in gioco la sensibilità collettiva, e il bisogno che l’opinione pubblica, giovani e adulti, raggiunga maggiore consapevolezza. Un obiettivo che richiede perizia e capacità di progettazione.
Di fronte alle posizioni cattoliche (la distinzione uomo-donna avrebbe potuto confliggere con la diversità sessuale), è stata proposta una norma erroneamente definita “salva-idee”, come se le idee (non integranti reato) avessero bisogno di una tutela ulteriore rispetto all’art. 21 della Costituzione che sancisce il diritto alla libertà di pensiero.
Il testo ha introdotto una categoria giuridica sconosciuta e discutibile, per “salvare” la libertà di pensiero e però distinguerla dalle opinioni illegittime in quanto discriminanti.
Il labile confine sarebbe costituito dalle opinioni che, senza istigare esplicitamente al reato, siano però “idonee” a determinare il “pericolo concreto” che questo avvenga. Un’enunciazione tortuosa, declinata sui concetti di “idoneità” e “probabilità di un evento”, che rappresenta una zona grigia e sfumata, precedente a quella della responsabilità per concorso morale.
Quanto poi alla proposta di istituire nelle scuole una giornata nazionale contro l’omofobia e le altre forme d’odio sessuale, è velleitario il tentativo di incrementare la riflessione nelle scuole con questo tipo di iniziative: occasionale, un po’ retorico e inevitabilmente superficiale. Così l’idea ha fatto temere che l’iniziativa servisse per “promuovere” la diversità sessuale a scapito dell’ordine “naturale” (etero) delle cose.
Per gli interventi sulla scuola, è imprescindibile un’attenzione speciale, per salvaguardare il ruolo della didattica. Qual è il nucleo essenziale dell’insegnamento? Quali le materie da proporre agli studenti? Come svolgere l’insegnamento perché la scuola renda più consapevoli e aiuti nella vita pratica?
Si assiste alla richiesta di introdurre nell’insegnamento sempre nuovi argomenti, sulla spinta dell’attualità. Sempre più cose richiederebbero maggiore riflessione e si chiede alla scuola di farsene carico (per es., per rimanere al presente: il clima e l’immigrazione, la droga e il fine vita, e poi aspetti più specifici, la condizione della donna, il femminicidio, la sicurezza stradale, le armi). 
Sarebbe vano, e deludente, ampliare a dismisura l’apprendimento, senza disporre di una bussola per interpretare la realtà. È questa che serve perché, in qualunque situazione, tutti abbiano i mezzi intellettuali e la capacità di orientarsi.
L’insegnamento, per essere utile ai singoli e giovare alla società, dovrebbe rimanere ancorato ai “fondamentali”, a modo di premessa di tutto, cioè la conoscenza, l’elaborazione del pensiero critico, lo sviluppo della capacità di orientarsi qualunque sia l’argomento. Questi sono i “classici” irrinunciabili dello studio e della riflessione critica. Rischieremmo al contrario di sapere tutto sulle novità, ma con un “vuoto” dentro: senza strumenti per interpretare il resto.
La vicenda del ddl Zan mostra, a chi abbia a cuore la promozione dei diritti, che lo sforzo di rendere effettivi i diritti non può prescindere dall’esame delle difficoltà che complicano il cammino. Quando ci interroghiamo sul fallimento di questa lotta alle discriminazioni sessuali, per prima cosa dovremmo riflettere sul modo di affrontare simili problemi, e di “governare” le norme nei cambiamenti sociali.

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