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L'interesse per la cultura

(Angelo Perrone) La cultura non ha grande risonanza, fa fatica ad emergere nelle iniziative della politica. Come se avesse un ruolo marginale. Eppure proprio la cultura identifica l’anima profonda di un paese.
Ne costituisce un settore di grande importanza sociale, e pure economico per i ritorni in termini di lavoro e profitto. Senza per questo incorrere nell’errore di relegarla ad un ruolo ancillare rispetto all’industria turistica, pur in sé meritevole di ogni sviluppo.
La cultura tutta è strumento insostituibile di inclusione e coesione, fattore decisivo nella costruzione di una cittadinanza consapevole. La pandemia ha sovrastato i problemi di fondo che investono la scuola, e questa trascuratezza si vede nei percorsi fallimentari di tanti giovani nelle prove di accesso al lavoro. Ci sono carenze radicali, mai colmate nel corso degli studi.
Nell’ultimo concorso in magistratura i candidati risultati idonei sono il 6% dei concorrenti, pari soltanto a due terzi (220) dei posti a disposizione (310). Non ci sarà possibilità di coprire il vuoto. Un insuccesso clamoroso, che detona carenze di fondo. Non solo scarsa preparazione specifica. Anche carenze espositive, inadeguatezze di linguaggio, e di capacità argomentative.
Su un altro versante, diverso e parallelo, il recente test di ingresso nelle facoltà di medicina, non è andata meglio. Boom di bocciati, metà non lo supera. La metà dei quasi 60 mila studenti che si sono presentati lo scorso 6 settembre non ha raggiunto nemmeno il punteggio minimo pari a 20. Idonei solo 28 mila su 65 mila iscritti. Gli inciampi prevalenti, i quesiti sulle materie specifiche certo, ma anche quelli generali (competenze di lettura, ragionamento logico), tutti rientranti nel lavoro organico della scuola. 
Dovrebbe essere questa invece la congiuntura giusta per affermare la centralità della scuola nella vita del paese. Nessuno dei problemi di fondo può essere affrontato con misure d’accatto, senza il respiro lungo che deve accompagnare i grandi progetti, quelli che hanno un posto decisivo nella vita. A cominciare dall’opportunità di rivedere l’idea maligna che la scuola (in verità, come altri settori di primo piano e per certi versi analoghi, per esempio la ricordata giustizia) debba essere impostata come un’azienda, assegnandole scopi produttivi, sganciati da un progetto di crescita umana dei ragazzi, magari scimmiottando certi modelli anglosassoni.
Come se l’innovazione potesse fare a meno della classicità, della tradizione di giganti del pensiero su cui siamo seduti senza esserne consapevoli. Quel mondo da cui dovrebbe partire ogni sforzo di adeguamento ai tempi. 
La proletarizzazione del personale scolastico, a partire dagli stipendi, è un segnale del discredito che accompagna oggi la missione educativa, in ultima analisi della sua irrilevanza nel paese. Gli stipendi (di cui la sinistra ha proposto gli aumenti) sono certo un aspetto cruciale, perché gli attuali sono i più bassi d’Europa, ma non basta questa misura.
C’è un problema di valorizzazione dell’insegnamento attraverso il miglioramento della condizione economica degli insegnanti. Non si può prescindere però dalla centralità del discorso educativo, che è fatto di competenze specifiche e di capacità intellettive che la scuola deve saper sollecitare e guidare nella formazione della persona.
La scuola dovrebbe esaltare il valore del lavoro quotidiano, scevro dal culto del denaro e dalla celebrazione della propria immagine, incentrato su aspetti apparentemente opposti ma connessi, la gioia e la fatica. Caratteristiche necessarie nell’acquisire nuovi saperi, nell’aprirsi agli altri, nello scoprire altri mondi, nel sapersi orientare. Ricordava don Milani che la scuola non deve sfornare laureati, ma far diventare gli allievi dei cittadini sovrani. Un’impresa da far tremare i polsi ma in cui si realizza un miracolo: «l'educatore, il maestro, il sacerdote, l'artista, l'amante, l'amato sono la stessa cosa». È tempo di miracoli.

Commenti

  1. Condivido assolutamente la sua "diagnosi" sulla malattia della scuola. Purtroppo la pandemia ha soltanto rincarato ciò che succedeva da tempo. I docenti non hanno più valenza sociale, non sono stimati io penso, forse, per il loro scarso riconoscimento economico. Oggi, infatti, si diventa importanti e credibili per la società in base alle apparenze e alla visibilità, non certo alla cultura.
    La scuola fa paura perché apre le menti e le rende meno succubi delle manipolazioni politiche o economiche. Chi studia ragiona con la propria testa, non è facile da convincere e la scuola, pertanto, ha perso nel tempo il suo antico valore.

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