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La mamma non sta bene: un amore oltre l’ombra 👥

una donna sorride ad una bimba che tiene in braccio
(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono silenzi che pesano più delle parole e segreti che si svelano solo con la maturità. In questo memoir, l’autrice ripercorre il filo che la lega a una madre "persa in chissà quali pensieri", esplo-rando il confine tra l'innocenza dell'infanzia e la cruda realtà del disturbo ossessivo-compulsivo. Un viaggio che si conclude con un atto di compassione e dignità.

(Daniela Barone)

I silenzi dell'infanzia

Se mi chiedessero com’è stata la mia infanzia, esiterei a definirla triste o difficile, forse perché venni cresciuta con le cure amorevoli di mio padre e dei vicini di casa particolarmente affettuosi. Tuttavia il ricordo della mamma persa in chissà quali pensieri non mi ha mai abbandonato.
Capisco ora che certe mie intemperanze di bambina vivacissima erano un modo per sfuggire ai suoi silenzi e ai comportamenti strani: quando reclamavo la sua attenzione, lei si rivolgeva a me con un certo distacco e, anche se mi abbracciava, percepivo che qualcosa doveva turbarla. 

Il segreto degli adulti

«Fai la brava. La mamma non sta bene.» Quante volte avevo sentito questa frase dalla bisnonna, da papà e dalle sue amiche. Che cosa avesse mia madre non era dato sapere. All’epoca si preservavano i bambini da ciò che non si si riteneva adatto a loro per cui certe situazioni venivano nascoste o edulcorate.
Ricordo ad esempio il fratello della signora Delia, una nostra vicina, che viveva recluso nel suo appartamento all’ultimo piano. Di lui si diceva che fosse pazzo ma i grandi evitavano di parlarne con i bambini.
Ogni tanto mi capitava di scorgere dalla finestra il testone calvo di quell’anziano dall’aria truce che aspettava sul balconcino l’arrivo della sorella accudente. Francamente noi piccoli lo temevamo anche se sapevamo che non poteva farci del male.  

Fede e conforto

Le sofferenze della mamma non incidevano eccessivamente sulla mia vita di bambinella: lei mi portava comunque a giocare ai giardinetti e non mi negava niente. Mi piaceva molto condividere con lei le litanie recitate nella chiesa dei frati cappuccini di San Barnaba, odorosa d’incenso e impreziosita da dipinti di Bernardo Strozzi.
In quel convento pareva che lei trovasse un po’ di conforto ed io lo percepivo. Il suo padre spirituale, Fra’ Alberto, le aveva consigliato di recarsi a San Giovanni Rotondo da Padre Pio. Tuttavia il fraticello non ancora proclamato Santo, aveva cacciato malamente la mamma dal confessionale nell’apprendere che lei non osservava sempre il precetto della Messa per motivi di salute.
una donna tiene in braccio una bimba che guarda il cielo

Lo squarcio di luce

Per mia madre oramai scomparsa nutro oggi una profonda compassione unita alla gratitudine per avermi preservato nell’infanzia da rivelazioni che avrebbero potuto minare il mio equilibrio. Seppi del suo disturbo ossessivo-compulsivo da lei stessa quando avevo circa vent’anni. 
Come quando tra le nuvole si apre uno squarcio di luce, ebbi improvvisamente chiaro il motivo dei suoi comportamenti e francamente ne ebbi paura. Desiderai di allontanarmi da lei per vivere in un ambiente più ‘normale’ e forse per questo mi sposai molto giovane con un uomo solido e razionale.

Lezioni di vita e di distacco

Nel primo anno di matrimonio venne ad abitare sopra casa nostra una signora anziana. Seppi che era stata un’insegnante di francese e nutrii subito per lei una certa simpatia, dato che anch’io sognavo di entrare nel mondo della scuola. Dopo qualche mese la vecchietta prese a parlare a gran voce la notte creando molto disturbo ai vicini. 
Mio marito scoprì che aveva disposto molti bottiglioni sul balcone a cui impartiva lezioni di francese come se fossero degli alunni in carne ed ossa. Nella nostra spensieratezza giovanile ridevamo a crepapelle per quell’episodio e non ci sentimmo mai in pena per lei, nemmeno quando morì.
Con il passare del tempo sarei diventata più sensibile al disagio psichico delle persone, specialmente negli ultimi anni di vita di mia madre, segnati da grande sofferenza.

L'elettroshock e la voce della poesia

Le gioie della maternità mi distolsero dal pensiero di mia mamma vecchia e malata. A metà degli anni ‘80 la poverina venne sottoposta a un ciclo di elettroshock in un ospedale di Genova ma quei trattamenti barbari le cancellarono tanti bei ricordi lasciando grottescamente intatte le sue fobie. Come lei, Alda Merini subì queste cure atroci e inefficaci ma riuscì a trasformare l’orrore in poesia e a dare voce alla moltitudine di malati psichiatrici che paragonò ai santi nelle sue liriche.

La bellezza nel dolore

Alcune tele di Van Gogh che ammirai nel museo di Amsterdam pochi anni fa suscitarono ancora in me un senso di commossa partecipazione. Pure in questo caso il pittore seppe trasformare il grave disagio psichico in opere di rara bellezza. 
"Nella mia febbre cerebrale o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari", aveva scritto. Durante l’anno del suo ricovero nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence, dipinse centocinquanta quadri, fra cui capolavori come ‘La notte stellata’ che tutto il mondo conosce. 

Dignità e coraggio

Vincent, Alda, la mia mamma e tanti altri malati mentali, famosi o sconosciuti, rappresentano un mondo che non possiamo stigmatizzare o ignorare e su cui la legge Basaglia ha finalmente posto l’accento: infatti si è messo al centro non la malattia ma la persona sofferente che merita come tutti dignità e rispetto.
La paura per il diverso, sia sano che malato, è difficile da vincere. Io stessa ho temuto certe reazioni di mia madre, peraltro donna intelligente e buona che si è rivelata nel tempo una nonna affettuosa e accudente tanto più di come era stata da genitrice.
Oggi sento la sua mancanza ma sono lieta che la morte abbia posto fine ai suoi tormenti. Di lei mi restano i rari sorrisi, i pochi bacetti impacciati e i manicaretti preparati con amore ma soprattutto il suo coraggio di vivere, malgrado tutto.

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