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Supereroi: la scoperta di Leo e la forza mite di mio padre 🦸‍♂️

mani anziane che lavorano a una cintura di pelle
(Introduzione a Daniela Barone). Può una battaglia di cuscini sul divano con un nipotino scoperchiare settant'anni di ricordi? Tra i muscoli d'acciaio di Hulk e la mitezza dimenticata di un padre, questo racconto è un viaggio alla riscoperta dei veri eroi: quelli che non portano mantelli, ma hanno mani che sanno riparare scarpe e cuori che sanno restare.

(Daniela Barone) ▪️

Battaglie sul divano e piccoli guerrieri

È divertente leggere al mio nipotino Leo le storie di Hulk, Iron Man e Captain America, i personaggi di cui ammira le gesta prodigiose: spalanca gli occhioni verdi di fronte alle immagini colorate di imprese incredibili e di lotte ardue contro i ‘cattivi’ in cui vince sempre il supereroe di turno.
Quando il libricino è finito, vuole immediatamente ingaggiare una battaglia sul divano con me, nonna alla soglia dei settant’anni, poco avvezza a salti ed acrobazie. Tuttavia lo accontento sempre, anzi cerco di opporgli resistenza imprigionando le sue gambette paffute ed ostacolandone la liberazione. È un grande divertimento anche per me che avevo fatto gli stessi giochi con il fratellino Luca. 
Come si assomigliano in fondo tutti i maschietti! Hanno dentro di loro un’energia da liberare, un’aggressività da incanalare nel modo giusto e un’attrazione per la forza fisica, la potenza del corpo, per quanto ancora piccolo e apparentemente fragile.
pupazzo di eroe con accanto una donna che lo guarda

Gare di lumache e bancherelle d'erba

I miei giochi di bambina non implicavano certo le battaglie strenue maschili. Persino le lotte fra i soldatini e i cowboy in cui mi coinvolgeva spesso mio cugino Mauro mi annoiavano ma, compiacente come sono sempre stata, mi lasciavo convincere a muovere i personaggi di gomma nei fortini improvvisati nel tinello di casa.
Trovavo molto più divertente ingaggiare con le mie coetanee delle gare con le lumache trovate dopo le giornate di pioggia.  Gli animaletti procedevano così lentamente che ci stufavamo prima che raggiungessero il traguardo prefissato, a dispetto delle spintarelle furtive sulla conchiglia grigiastra o una foglia invitante d’insalatina. 
Una caratteristica dei nostri giochi di femmine era che la preparazione superava la durata dello svago, come quando allestivamo delle bancherelle con erbe selvatiche raccolte in campagna. Inevitabilmente, al momento di iniziare la vendita, le nostre mamme ci richiamavano per portarci a casa e lo spasso restava tristemente interrotto. 
I supereroi della mia infanzia erano i miei cantanti preferiti, Domenico Modugno dagli adorabili baffetti, e Joe Sentieri con i suoi buffi saltini. Tra i cartoni animati dell’epoca Bracco Baldo e l’Orso Yoghi m’incantavano, mentre Topo Gigio e il cane Lassie mi annoiavano.
E che dire dei primi giornalini, come ‘Il Monello’, con il birichino Superbone e la simpatica nonna Abelarda, la tenera Piccola Eva e Accio, spilungone dal ciuffo bruno? Divoravo le loro storie e provavo a disegnare questi personaggi con l’aiuto del nonno.

Il primo eroe: la Lambretta e l'Acquasola

A dire il vero il primissimo supereroe della mia vita è stato sicuramente il mio papà: era lui che mi portava al parco giochi dell’Acquasola, o in giro sulla Lambretta bianca, consentendomi di suonare ogni tanto il piccolo clacson. Era lui che mi faceva il bagnetto da piccolissima, quando la mamma aveva cominciato a stare male e che mi accompagnava al cinema a vedere i film di Walt Disney e più tardi i musicarelli con Bobby Solo e Gianni Morandi. 
Da adolescente mio padre smise di rappresentare per me l’uomo ideale, forte e invincibile. Pur amandolo, non capivo più la sua mitezza che interpretavo come un segno di debolezza. Mai e poi mai avrei voluto un fidanzato come lui, troppo buono e poco interessante ai miei occhi di ragazza. Detestavo il fatto che non sapesse imporsi sulla mamma e tendesse anzi ad accontentarla nelle sue stranezze.

L'illusione della forza: gli eroi sbagliati

A lui si sostituì il mio primo ragazzo che finii per sposare a ventidue anni. S. incarnava il mio ideale di uomo, non fisicamente ma caratterialmente. Era sicuro di sé e trasmetteva anche a me positività e serenità, un rifugio dalla prepotenza e dalle ossessioni materne che tanto mi spaventavano.
Con gli anni la sicurezza del mio primo marito si trasformò in un atteggiamento sottilmente autoritario di cui non mi ero subito accorta. Era lui che prendeva le decisioni principali, come il nostro trasferimento per motivi di lavoro a Pavia. 
Quando volli divorziare da lui, oramai disamorata e svilita, mi concessi un periodo di storie brevi, spesso dolorose.  Il culmine della mia autodistruzione fu il secondo matrimonio con un uomo dotato di una forte personalità che in poco tempo abbandonò la maschera di partner premuroso per rivelarsi un aguzzino. 
Ricordavo con nostalgia la mitezza di papà da cui lui mi aveva brutalmente separato e rimpiangevo la mia scelta affrettata. Una volta affrancata da lui cercai di riprendere la vita di prima grazie al ritrovato affetto dei figli e dei genitori.
Non volevo più dei supereroi al mio fianco, anzi, non desideravo minimamente avere un uomo, moralmente acciaccata come mi ritrovavo dopo quell’esperienza traumatica.
bambino vestito con costume da eroe

Le mani del Picciotto: la forza della mitezza

Anche i supereroi invecchiano, purtroppo. Papà, che agli occhi miei e dei figli era ‘un grande’, si in-debolì con il passare degli anni. Innamorato della vita com’era, non si fece abbattere dagli acciacchi dell’età e fino agli ultimi mesi della sua vita spesa per la famiglia, si dedicò ai suoi passatempi.
Faceva innumerevoli cinture di pelle che regalava a nipoti e amici, riparava le suole delle scarpe dei famigliari e le mie borse, tagliava e tingeva i capelli alla mamma e addirittura si era messo a scrivere poesie.  Ne ricordo una, fra le tante che ho fatto stampare, ‘Il Picciotto’:

“Ero giovincello/ Mi chiamavano picciotto, /un po’ perché ero magro/ Facevo come dilettante il saltatore/ Saltavo sempre, /specie a mezzogiorno/e anche alla sera, a tavola. Sarei arrivato bene/ perché ero un bel picciotto siciliano.”

Caro papà. Quanto ci manchi ancora oggi! Da picciotto siciliano, a soli diciannove anni lasciasti un padre violento e una madre sfinita da nove gravidanze, per cercare un lavoro in Alta Italia, come si diceva allora. Non per questo dimenticasti di aiutare da lontano i fratelli piccoli bisognosi. Le tue mani hanno di volta in volta riparato scarpe, tagliato capelli, guidato autobus. 
Le guardavo nella camera ardente, quando giacevi senza vita, consumato dalla vecchiaia. Finalmente potevano trovare pace. O forse da lassù continuavi a occuparti degli altri, sempre attivo e prodigo nel bene? Te ne andavi, supereroe mio e dei miei figli.    

L'intuizione di Leo: chi sono i veri eroi

Mi distolgono dai pensieri nostalgici i gridolini eccitati del piccolo Leo: ha trovato un libro sulle avventure dei supereroi tanto amati e mi chiede di leggerglielo: «Quiero escuchar questa storia.» dice mischiando l’italiano e lo spagnolo. Alla prima pagina gli faccio notare che il Dottor Strange assomiglia al suo papà. «Sì. Però mi padre è más alto!» Caro piccino… hai forse già intuito che suo papà, più alto dell’eroe e forse più forte, lo sovrasta e ne è orgoglioso. 
Prima della nonna, il piccolo ha compreso chi sono i veri eroi. Mio padre, la Sicilia dura e montana che gli ha dato i natali, è lui il vero supereroe, proprio come il papà di Leo. Ora che lo so, vorrei dirglielo, gridarlo ai quattro venti. Forse lo sentirà dal Cielo ma non importa se non sarà così. Sarà sempre il mio faro luminoso.

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