Passa ai contenuti principali

Covid, luci spente in sala

La crisi economica delle attività commerciali durante la pandemia

 
di Marina Zinzani

Quattro matrimoni in un mese, feste di compleanni, anniversari, e poi la gente comune, i fidanzati, gli amici, le famiglie che si ritrovavano il sabato sera per una pizza, per la voglia di stare insieme, dopo una settimana di lavoro. Piccole comunità che sono diventate familiari.
I camerieri che sapevano già il tipo di vino che quel cliente sceglieva, il tipo di acqua, il dolce preferito. L’ansia per i grandi ricevimenti, che tutto andasse bene.
L’ansia in cucina che si tagliava col coltello, ma poi quei piatti che tornavano indietro, vuoti, erano l’appagamento migliore, il risultato migliore. L’eco di tanti “viva gli sposi”, le musiche di “happy birthday”, le mani che sbattevano. I guadagni non da diventare ricchi, c’erano tante spese, anche l’esigenza di migliorare il locale, di migliorare il servizio, di tenere alta la qualità dei cibi. 
Sono qui, dentro il mio locale, e mi sembra di tornare indietro nella macchina del tempo. Una sposina, un po’  brilla e raggiante di felicità, viene verso di me e mi dà un bacio, “è stato un pranzo magnifico” mi dice, e io, che ho sessant’anni, sono quasi in imbarazzo per tanto apprezzamento alla mia cucina, per come ogni cosa è stata perfetta, nel mio locale.
Dove sarà ora quella sposina raggiante di felicità? Sono passati due anni, e vorrei, avendo una bacchetta magica, riportare tutto a quel giorno. Ai 150 invitati che battevano le mani, e lei che ballava con il marito in mezzo alla sala, era veramente scatenata, ad un certo punto si erano uniti degli amici agli sposi e avevano ballato il sirtaki, la musica era contagiosa.
Vorrei farla tornare, far tornare quel momento in cui lei, forse tanto allegra per qualche bicchiere di troppo, chiede di andare in cucina e vuole ringraziare tutti, proprio tutti quelli che hanno servito il pranzo dei suoi sogni, che meglio di così, ribadisce, non poteva essere. La rivedo là, di fronte al cuoco, è tutto sudato Gustavo, i suoi 100 chili e il faccione bonario, e lei gli dà la mano e dice “grazie, grazie!”.
E la vedo che saluta tutti i camerieri, e c’è Rosetta che si scioglie con una lacrimuccia, io lo so perché, la capisco, lei si emoziona facilmente quando vede una sposa. Siamo una famiglia, siamo diventati un po’ una famiglia, io che gestisco il ristorante, mia moglie, i camerieri, i lavapiatti, il cuoco, tutti, tutti abbiamo dato tanto a questo locale, tanto.
Vorrei farla tornare, la sposina un po’ matta, piccolina, mora, con dei boccoli e un sorriso incredibile, che non sta nella pelle tutto il giorno, è felice e spensierata, lo si vede, parla con tutti i presenti, si muove di tavolo in tavolo e si ferma a chiedere, a raccontare ad ogni commensale.
Piccola sposa di un momento felice. Vorrei farla tornare, far tornare quel momento. Le luci si accendono, e tac! Il locale si riempie, è davvero pieno, ci sono più di cento persone da servire, dai, avanti, dobbiamo dare il meglio, ragazzi, dobbiamo fare bella figura! Non serve neanche chiederlo, ognuno ha sempre fatto la sua parte, con passione. Cosa difficile da trovare, la passione, ma io l’ho trovata, nei miei dipendenti.
Le luci sono spente, stasera, il locale chiuso. Coronavirus. E i morti.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

Tra rigore del velo e libertà del cuore: il mio viaggio nella fede ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Crescere nell'Istituto del Sacro Cuore di Genova negli anni Sessanta significava abitare un universo di simboli austeri e silenzi carichi di attesa, dove la fede veniva impartita come un dovere tra divise blu e velette nere. In questo racconto, l'autrice ripercorre il sentiero tortuoso che l’ha portata da una formazione basata sul timore alla riscoperta di una spiritualità libera, capace di curare le ferite del passato e scoprire che Dio abita altrove rispetto alla paura. (Daniela Barone) ▪️ L'Istituto del Sacro Cuore: un mondo in bianco e nero Era stato mio nonno a volermi mandare all’Istituto del Sacro Cuore che frequentai per due anni di ‘asilo’, come si diceva allora, e tre di elementari. Ricordo ancora quanta insofferenza provavo per quella scuola prestigiosa e severa. Mio padre, all’epoca autista dei mezzi pubblici, non avrebbe potuto certamente permettersi di pagare quelle rette elevate. Però la Madre Superiora, Suor Platania, dagli s...

La fantasia smarrita

di Cristina Podestà   (Commento a Brondi, Magia del regolo, tra fiaba e tecnologia, PL, 12/6/16) Regolo è termine che riconduce a molte realtà: alla stella della costellazione del Leone, ad un calcolatore meccanico, ad un tipo di uccello protetto. Il mondo contadino di un tempo era davvero ricco, non di pane, bensì di tutto ciò che manca al giorno d'oggi, in cui abbiamo in abbondanza pane e companatico.

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...