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Agnese

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro è un luogo-simbolo delle città moderne. Non l’unico certo, ma particolare. Insostituibile mezzo di trasporto, uno spazio piccolo e super affollato ospita durante il breve percorso un’umanità eterogenea.
Sono tante le persone sconosciute che si ritrovano ad usare lo stesso mezzo per ragioni e destinazioni diverse. Difficile in quei frangenti scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Non c’è tempo né voglia. Ogni persona è un mondo a sé. Chissà, i pensieri, i desideri, le preoccupazioni.
C’è poi come una maschera espressiva a creare una barriera ulteriore. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Nascosto agli altri viaggiatori. È come un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Ci si allontana, nonostante si stia sempre a contatto. Non siamo più abituati a guardarci intorno, per curiosità od interesse, non accade di incrociare gli sguardi. La distinzione tra le persone diventa un muro. L’atteggiamento comune però non crea anonimato, non appiattisce. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il suo mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Cominciamo con la storia di Agnese.

C’è un posto libero, devo prenderlo. Guardano tutti l’iPhone, cosa vuoi fare nella metro d’altronde? La gente ha un sacco di contatti, tanti amici, è tutto uno scambiarsi messaggi, anche dei video stupidi che dovrebbero divertire.  Mi fanno anche antipatia certe cose.  Non sono una fanatica di Whatsapp, non riesco a scrivere in modo così stringato e veloce, con quegli emoticon che dovrebbero spiegare in un attimo il mio stato d’animo.
Sono sola, devo prenderne atto. Sei sola, Agnese. Hai un’età in cui si tirano le somme, e le cose non sempre hanno girato per il verso giusto.
Ho una madre di cui prendermi cura, questo è il punto, ha un principio di demenza senile e non è una passeggiata, temo un futuro in cui la situazione peggiorerà, forse occorrerà un aiuto stabile, e chissà se potremmo permetterci una badante. Certo, la mia presenza dovrebbe essere più assidua. La mia presenza, perché quella di mia sorella è latente da anni.
Facile dire che è piena di impegni, che ha un figlio da seguire, un marito, un lavoro importante. Come se io non lavorassi, non avessi diritto anch’io ad una mia vita privata, con momenti tutti per me, leggeri soprattutto. Invece seguo mia madre, con tutte le sue fobie e paranoie e i suoi acciacchi, ma d’altronde viviamo assieme, chi altri può seguirla meglio di me?
Facile per mia sorella parlare, impartire consigli che sono velatamente ordini, lei sa quello che è giusto o sbagliato, lo sa sempre. E’ la perfezione in persona! E io la sorella minore, bruttina, insignificante, brava a scuola, mai un problema, ma lei è stata la preferita di papà, e anche la mamma ha gli occhi che le si illuminano quando la vede, per non parlare del nipotino.
Tutti compiaciuti, neanche a dirlo, quando ha portato a casa il fidanzato, un ragazzo alla sua altezza, a cui è difficile trovare difetti. E il figlio che hanno avuto non è da meno, ha preso la bellezza della madre, la simpatia del padre. Il sole ha illuminato sempre quella parte della mia famiglia, quella dove sono stata io invece ha avuto un cielo spesso offuscato, grigio con qualche momento di sereno.
Eppure io esisto. Devo dirmelo a volte, per farmi coraggio. Agnese, esisti. Esisti e qualcuno prima o poi ti vedrà. 
Sì, è così: devo ripetermelo. Non sono invisibile. Esisto nelle sere in casa con mia madre, quando cerco di alleviarne la solitudine e quello scivolare verso il suo mondo, sempre più lontano dal mio. Esisto nel silenzio riempito dai libri che leggo, dalle notizie che trovo, dall’essere partecipe a quello che succede nel mondo. Esisto quando porto una torta che ho fatto alla vicina del piano di sotto, rimasta sola.
Esisto nella rabbia che non riesco ad esprimere, a tirare fuori. E’ la rabbia delle persone in penombra, delle persone che sembrano sfiorire così velocemente, è la rabbia di chi vive una vita senza soddisfazioni che inizia all’alba, quando è ancora buio ed esce di casa, sentendo freddo nel cuore, prima di tutto.
Ci sarà da qualche parte un uomo anche per me? Una brava persona che è nel mio stato di solitudine, e spera di incontrare una donna con cui condividere gli anni che verranno? O il mondo è quello delle donne che si espongono, che mostrano il corpo ben fatto, che sgomitano? 
Giornata grigia, oggi a Milano e pensieri grigi. Devo chiamare mia madre, sapere se ha preso le medicine. Devo fermarmi al supermercato prima di tornare a casa, i frullati che faccio fanno stare meglio anche lei, mi servono le carote e il sedano. Anche le mele.
Dovrei uscire con Ilaria una di queste sere, insiste per farmi conoscere il suo amico che suona in un locale, dice che dovrei conoscerlo. Quella ragazza ha una minigonna cortissima, non ha freddo? Eppure ci saranno sei, sette gradi oggi a Milano. Ancora una fermata. Sì, Ilaria la devo contattare, non devo stare troppo in casa a pensare. Devi uscire, conoscere gente, Agnese, devi farlo. Ci siamo, devo alzarmi. Abbiategrasso. 

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