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Sergio

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo la storia di Agnese, quella di Sergio.

La metro è sempre così affollata a quest’ora, non si trova un posto a sedere neanche pregando. Tutti attaccati come sardine. Quell’uomo ha una valigia enorme, chissà dove deve andare. Devo fare attenzione al borsello, hanno vita facile i ladri qui nella metro.
Devo fare la revisione della macchina questo mese. Entro la fine del mese. Devo pagare il dentista di Luca e la rata del mutuo, e poi chiaramente l’affitto. Pagare due case, un mutuo e un affitto, è quasi da eroi, e grazie a Dio ho un discreto stipendio, voglio vedere con uno stipendio come tanti come farei, forse sarei uno di quelli che va in fila alla Caritas per mangiare, ci sono dei padri separati come me che fanno questa fine. La casa all’ex moglie, che ci vive con il figlio, ed io fuori, a vivere in un monolocale pagato a peso d’oro.
D’altronde Milano è la città più cara d’Italia, così dicono. Confermo, è caro viverci. Soprattutto da separati.
Quarantotto anni e un fallimento totale. Bella famiglia ho costruito. Una ex moglie che mi ha messo contro il figlio, per giunta, forse per punirmi di qualcosa che non ha funzionato fra di noi. Come se fosse solo colpa mia. 
Si lavora, si corre, non lo sai che a Milano si corre? La gente non è come in altre città dove si ferma dal panettiere a fare due chiacchiere, qui non c’è tempo da perdere, la fila deve scorrere. C’è fretta, la metro, il lavoro, l’ufficio fino a sera, pensieri continui, preoccupazioni. E Virginia che un giorno mi viene a dire che in tutti questi anni, da quando ho accettato questo maledetto lavoro, la trascuro, che ha vissuto come se io non ci fossi.
E pensare che è stata una scelta condivisa, ponderata assieme, ne avevamo parlato tanto. Ho cambiato ditta per avere uno stipendio più alto, e questo poteva migliorare di non poco la nostra situazione economica. Lei ha potuto ritagliarsi un part-time di poche ore, seguire Luca senza l’assillo di tante madri che non sanno come gestire un figlio e un lavoro a tempo pieno, e poi abbiamo potuto comprare una casa più grande, un bell’appartamento, le cose non piovono dal cielo, devi dare se vuoi ricevere, e io ho dato gli ultimi anni a questo lavoro, per fare un salto di qualità.
Mia madre me lo diceva, qualche dubbio me lo aveva fatto venire, “Non stai bene così? Ti trovi bene con la tua ditta, sei lì da tanti anni, la sera arrivi a casa senza grandi preoccupazioni, cosa vuoi di più? Quando ti danno molto ti chiedono altrettanto, cosa credi?
Ti fanno girare, senza più orari, ti dicono la sera prima che domani devi essere chissà dove, e poi hai più responsabilità, se le cose non vanno bene poi guardano te.” Già, queste cose mia madre le aveva dette, perché aveva visto il figlio di una sua amica che si era separato per colpa del lavoro, lui non era mai a casa e lei alla fine si era stancata.
Cose che capitano agli altri, noi stavamo bene assieme. Almeno credevo. Una moglie che mi appoggiava sempre in ogni cosa, un figlio meraviglioso, non potevo volere di più. Le preoccupazioni di mia madre risolte con un’alzata di spalle. “Il suo solito pessimismo”, disse sarcastica Virginia. E io pensavo che non volevo fare la fine di mio padre, una vita tranquilla, in fondo noiosa, un impiegato nell’ombra. Fare un salto di qualità non era mai stato nelle sue idee, anche perché la mamma incuteva dubbi su tutto.
Dovevo informarmi meglio, capire perché il direttore prima di me se n’era andato. C’è stata una certa omertà in ufficio, forse ora capisco perché, qualcuno aveva parlato di esaurimento nervoso, di qualche problema. Già, col tempo l’ho capito, se arrivi a casa sempre alle nove, e ti sei alzato alle cinque e mezzo del mattino, e sei così stanco la sera, hai ancora in testa le grane dell’ufficio e ce le hai fino a quando ti addormenti, cosa puoi offrire in casa?
Un marito sereno, un padre che ha voglia di giocare con suo figlio? Faccio autocritica, è colpa mia. Ma dovevo lavorare, volevo migliorare la nostra vita, non sapevo di essere finito in un girone infernale da cui è difficile poi uscirne. Chi paga il mutuo? E il mio affitto? E gli alimenti a Luca e a Virginia? Con la crisi che c’è poi, e i giovani lì sulla porta che prenderebbero il mio lavoro ad occhi chiusi per metà del mio stipendio.
Bel fallimento. E Virginia che si è incattivita, si è messa di traverso, anziché sostenermi e cercare con me una via d’uscita. Lei è sempre stata viziata dalla sua famiglia, ogni cosa le era dovuta, e non sa cosa significa portarsi le preoccupazioni del lavoro a casa, non lo sa. Preoccupazioni che durano anche il sabato, la domenica.
Fingere di essere presente e invece pensi al lunedì, quando dovrai mostrare a quelli della sede i tuoi risultati non proprio brillanti. Certo, invochi il mercato, il momento sfavorevole, ma è in parte colpa tua, non hai dato il massimo, qualcosa non ha funzionato.
Credevo che Virginia non arrivasse a tanto, è stato un colpo da cui non mi sono ancora ripreso. E’ tutto finito quel giorno in cui mi ha detto “Io non sono più felice con te, è meglio che ci separiamo” e poi tutta una serie di rimostranze, la mia vita è solo il lavoro, io non mi occupo più di lei e di nostro figlio, un’accusa di ore, io come un pugile suonato.
C’è un posto libero, mi siedo. Ancora tre fermate. Luca è diventato distante da me, dovrei andarlo a vedere mentre gioca a calcio, fare quello che ogni padre dovrebbe fare. Devo trovare il tempo. Ma la sensazione è che qualcosa si sia rotto fra di noi, Luca ha accettato volentieri il nuovo compagno di Virginia, ne parla spesso, forse è diventato lui suo padre, è generoso, gli fa dei regali, penso che sia meglio di me.
Per fortuna che c’è il locale dove ogni tanto suono. Devo ringraziare Enrico e la sua passione per la musica, da ragazzi suonavamo insieme, mi ha convinto a riprendere in mano la chitarra, cercava uno per il suo piccolo complesso ed ha pensato a me. È accaduto dopo la separazione, e mi ha aiutato non poco, anche perché poi si va a mangiare una pizza, a bere una birra, si ride. L’unico momento in cui si ride. 
Ilaria mi ha detto che ha un’amica da farmi conoscere. Una che ha dei problemi con la madre, è sola, sta spesso chiusa in casa. Ilaria è sempre così intraprendente, fin dall’università, vuole far accoppiare la gente, si vanta di aver fatto sposare due coppie. Vedremo. Siamo arrivati. Duomo. Coraggio, oggi arrivano i giapponesi.

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