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Terrorismo e coscienza morale

(Minori presi in ostaggio e deportati a Gaza, fonte Israele.net)
Il giudizio morale sull’eccidio degli ebrei


(Angelo Perrone) C’è una storia del conflitto israelo-palestinese, che, per colpa di tutti, non trova una soluzione da settant’anni; ma a prescindere dall’identità delle vittime ci sono anche dei punti fermi. 
Stavolta è accaduto agli ebrei, come nella Shoah. La pietà è doverosa e ciò nulla toglie al sentimento verso gli arabi uccisi in passato o alla preoccupazione per i civili di Gaza in fuga dalla reazione di Israele. Questo fatto chiede il giudizio e la riflessione.
Ora è doveroso pensare ai 1400 innocenti trucidati dalla brutale caccia all’uomo scatenata dai terroristi nei kibbutz, ai 200 che sono stati rapiti e portati a Gaza. È facile, con le gelide ragioni soporifere della politica internazionale, dimenticare. 
Gli occhi disperati di Noa Argamani, con la bocca aperta a gridare inutili richieste di aiuto, che viene messa di peso su una motocicletta tra due miliziani per portarla verso Gaza. L’immagine di Shani Louk, 22 anni, con la faccia in giù su un pick-up, seminuda, le gambe spezzate, e due uomini che le sputano addosso. 
Se, ad un certo punto, è necessario inoltrarsi nelle tormentate vicissitudini di un conflitto di settant’anni che non ha mai trovato composizione, non possiamo correre il rischio di smarrire il senso di umanità suscitato da questa tragedia e di omettere il giudizio morale. 
Reflussi ideologici perversi hanno intorbidito da subito le acque. Qualcosa di simile era già accaduta dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. C’erano la violazione dei diritti umani, l’aggressione ad un Paese libero, la volontà di annientamento dell’altro, colpevole solo della sua autonomia. Non bastava.
La specificità della vicenda, in questo caso, risiede nella natura dell’eccidio, l’aver preso di mira in modo crudele e sadico persone inermi. È tipico del terrorismo una dimensione “eccedente” il limite umano, così la brutalità insensata supera l’immaginabile.
Il massacro accaduto è l’inizio di una nuova storia nei rapporti umani, non solo nel conflitto israelo-palestinese, è un passaggio che non può essere svilito o frainteso, quanto ad entità e responsabilità. Mantenere la commozione e sviluppare il filo della razionalità significa che non può esserci banalizzazione del male, mistificazione del delitto.
Il male è banalizzato quando ne è sminuita la natura e si prescinde dal giudizio di valore. Avviene quando si confrontano e si pongono sullo stesso piano situazioni che sono diverse, non equiparabili. Ne risulta falsata la ricerca delle cause, e si stabilisce un nesso erroneo di causalità tra fatti che non sono in rapporto diretto.
Nessun evento politico anche errato, prevaricante, ingiusto di Israele può ragionevolmente essere assunto a “causa” diretta dello sterminio di giovani partecipanti ad una festa e allo sgozzamento di bimbi in culla, espressione di odio razziale e di disprezzo totale della vita umana. 
Qual è la regola inderogabile nel rapporto di causa ed effetto? Israele ha commesso un’infinità di errori ed ingiustizie. Netanyahu è criticabile per tante ragioni (errori sul campo, riforma della giustizia, episodi di corruzione). 
Nulla però è equiparabile al massacro di gente inerme. È tempo di misurare le parole, e i concetti. Non si può giustificare la “guerra di liberazione” di Hamas tracciando parallelismi squilibrati tra i bombardamenti israeliani su Gaza e il massacro dei civili ebrei. 
Ha osservato Fania Oz-Salzberger, figlia dello scrittore pacifista Amos Oz: «Mai l’esercito israeliano è stato chiamato a raccolta per scannare i civili palestinesi, i disabili e gli anziani, i ragazzini, i neonati al seno delle madri, sterminandoli a colpi di arma da fuoco» (Corriere della sera, 14 ottobre 2023).
Colpiscono nei giudizi l’arroganza intellettuale e la supponenza emotiva. Il male banalizzato è spesso il frutto velenoso del pregiudizio ideologico, del travisamento della verità e dunque del senso stesso di giustizia. 
Però sarebbe un errore limitarsi a denunciare questo aspetto, che in fondo è solo la maschera di un approccio culturale, prima che politico.
Ci sarebbe piuttosto da chiedersi quale sia mai il fascino dei tagliagole, degli assassini, dei terroristi nelle società democratiche, la ragione del loro successo propagandistico presso intellettuali o gente comune, e perché da ultimo la violenza sanguinosa sia così tollerata, susciti consensi e trovi adulatori. Una domanda imposta da troppi episodi. 
Il presente reca con sé un tragico avvertimento. Il mondo in questo tempo confuso ed incerto si dibatte tra opposti: la necessità di certezze e l’infruttuosità della ricerca di senso. Il sogno richiederebbe una buona causa da sostenere, una bandiera da sventolare con fiducia. Il risultato è spesso misero e frustrante, solo slogan da urlare, nemici da odiare e mettere alla gogna, se non peggio, da eliminare.
Deve essere, questo, un percorso davvero difficile se, ad un certo punto, sfugge l’orientamento e persino il radicalismo più estremo e sanguinoso, contrario alla legge morale della nostra civiltà, sembra preferibile alla democrazia imperfetta, con i suoi difetti, errori ed inefficienze.

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