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Una società malata

di Marina Zinzani

Il tema della violenza minorile, toccato dal film “Una figlia”, con Stefano Accorsi, è anche al centro della serie “Adolescence”, trasmessa su Netflix.
Una serie di successo, che ha fatto discutere e che ha raccontato una storia non così lontana dalle vicende di cronaca: un ragazzino di 13 anni accoltella a morte una compagna di scuola per futili motivi.
La prima parte della serie, intensa e coinvolgente per drammaticità e realismo, descrive l’arresto del ragazzo e come si è arrivati a lui. L’incredulità del padre si esprime a parole (“mio figlio non ha fatto nulla”) ma l’incubo si materializza in un dramma senza eguali quando gli viene mostrato il video che ritrae il figlio: l’omicidio è avvenuto sotto le telecamere di un parcheggio, non ci sono dubbi sul colpevole. È stato lui. Suo figlio, di soli 13 anni, è un assassino.
La storia, con un tono apparentemente più lento, si sposta a mesi dopo. I dialoghi con la psicologa della struttura che detiene il ragazzo mostrano suoi scatti d’ira incontrollati. La famiglia, padre, madre e sorella, cercano di continuare a vivere un’apparente normalità, o meglio, cercano di convivere con quello che è accaduto, ma la tensione è pronta a scoppiare per un nonnulla, per lo sguardo di un vicino, per l’intolleranza che ha la città verso di loro. Loro che sono i genitori e la sorella di un assassino.
Forse quello che sembra più sottotono, la loro vita quotidiana dopo il fatto, è quello che però rimane maggiormente impresso giorni dopo, perché è fatto di riflessioni, di dubbi. Il padre si interroga, parla con sua moglie. E qui lo sguardo si estende, i suoi dubbi diventano dubbi universali. Cosa ha sbagliato un genitore se un figlio commette certi atti?
È stato troppo amico del figlio, assecondandolo in tutto e per tutto e negandogli il senso di privazione, di sacrificio che ha passato lui, che aveva un padre severo? Il non ripetere i comportamenti autoritari del padre è stata cosa buona alla fine? Sì, viene da pensare, perché chi ha provato sulla propria pelle delle violenze non vuole ripeterle sui suoi figli.
E allora l’orizzonte si allarga: il padre comunque non appare più figura guida, diventa un padre amico che concede facilmente, e tutto è permesso al figlio, che viene giustificato troppo spesso e non viene abituato a dei no, a dei confini, all’educazione basilare nei rapporti con gli altri. Un domani quel no, proveniente da una ragazza, scatenerà un odio profondo che porterà ad una catastrofe. Alcuni fatti di cronaca ce lo raccontano. 
Forse c’è poco dialogo. Forse ci sono troppe aspettative dai figli, si cercano compensazioni attraverso loro successi, nello sport, nella scuola. Forse è difficile seguire tutto, in un mondo vorticoso in cui i genitori lavorano e alla sera sono stanchissimi. Ci sono tanti “forse” in ogni storia.
La serie “Adolescence” entra dentro il mondo scolastico, in cui i professori devono temere i ragazzi, assolutamente sprezzanti per ogni richiamo, ogni disciplina, ogni rispetto. È il quadro di una società malata, in cui paradossalmente si deve avere paura dei ragazzini senza controllo, in cui un ragazzo che vuole vivere la sua vita, anche non conformandosi agli altri, paga con l’emarginazione e il bullismo. È il quadro di una società che dovrebbe fermarsi e riflettere, interrogarsi profondamente. Una società malata in cui sembra difficile crescere bene.
Si ferma a riflettere il padre di “Adolescence”, ripercorrendo la sua vita simile a tante altre, nella sua quotidianità: si alzava la mattina presto, andava a lavorare tutto il giorno tornando a casa la sera tardi, scambiava qualche parola con il figlio, chiuso nella sua camera a guardare sul cellulare chissà cosa, e gli voleva bene.

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