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Quando a far danni è l'età

(a.p.) ▪️Con un po’ di arguzia e di malignità, si può cogliere il paradosso. Joe Biden, dopo il ritiro, si accinge a combattere un’insolita battaglia, probabilmente l’ultima.
Porre fine alla nomina a vita dei giudici della Corte suprema, con l’introduzione di un limite, si parla di 10-15 anni. In Italia, per dire, il mandato per il grado analogo della giurisdizione è 9 anni, più lungo del già lungo incarico del presidente della Repubblica, 7 anni.
La stranezza è che a porre la questione della durata, ed implicitamente dell’età, sia l’anziano Biden. 
Ma il problema è reale, anche se è difficile che la riforma possa avere successo. Il pericolo che la Corte suprema sia “troppo anziana” è una conseguenza dell’assenza di un vincolo temporale. È la Costituzione americana a stabilire che i giudici supremi rimangano al loro posto «during good behavior». 
La regola fu voluta come garanzia di indipendenza rispetto alle pressioni politiche e alla mutevolezza delle maggioranze. L’obiettivo principale: assicurare la terzietà della funzione nel tempo, nonostante il fatto che le nomine siano tutte presidenziali. La scommessa era costituire un organismo, nominato dalla politica ma secondo criteri oggettivi durevoli, e intrinsecamente “equilibrato”. 
Un ragionamento rivelatosi fallace per vari motivi. La cancellazione della sentenza Roe v. Wade sull’aborto ne ha evidenziato i vizi. Si è finito per negare che l’aborto costituisca un “diritto costituzionale”, meritevole di tutela a livello nazionale
 È emersa un’opinione reazionaria e contraria al più diffuso sentire popolare. Ha pesato l’orientamento conservatore (sei giudici contro tre) prevalente nella Corte, determinato dalle ultime nomine in gran parte di Donald Trump. 
Il problema dell’età dei giudici e della durata del mandato diventa più grave. Non solo c’è il pericolo che i giudici anziani non siano in grado di interpretare i principi secondo le esigenze del tempo moderno.
Ma, a parte l’età, le decisioni della Corte sono sottoposte, come si vede chiaramente, a quella “deriva ideologica radicalizzante” che già produce così tanti danni nella società e nella politica del paese. La polarizzazione non fa bene né al dibattito pubblico né alle camere di consiglio dei giudici.

(Sintesi dell’intervento su Critica liberale del 29.7.24 dal titolo “I danni del tempo”)

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