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Un'arpa celtica

Racconto
di Domenico Corradini H. Broussard

      In un villaggio sulla costa atlantica dell’Irlanda, tre fratelli possedevano una grande arpa madreperlata. Un giorno, era un dicembre di neve e ghiaccio, decisero di vivere ciascuno per conto proprio. Come dividere un’arpa in tre?
Dapprima i tre fratelli pensarono di venderla, ma non trovarono nessuno così ricco da comprarla. Poi pensarono di smontarla e spartirsi i pezzi, ma i loro cuori divennero tristi. Alla fine credettero bene di andare da un vecchio Druido. «Ciò che stabilirà il vecchio Druido faremo», dissero. E con l’arpa sulle spalle s’incamminarono nottetempo.

Il primo dei tre fratelli, il più anziano, stava alla testa dell’arpa. Il secondo, più giovane, al centro dell’arpa. E quello più giovane ancora alla coda dell’arpa, e la guidava con un ramo di foglie secche come fosse un plettro.
Allo spuntar del giorno un uomo a cavallo chiese al più giovane dei tre fratelli dove stesse portando l’arpa. Lui rispose: «Stiamo portando l’arpa da un vecchio Druido». E aggiunse: «Tra poco incontrerai il secondo dei miei fratelli che cammina al centro dell’arpa. Salutamelo e pregalo di camminare più in fretta perché dobbiamo arrivare dal vecchio Druido prima che scenda la sera». «Sì», disse l’uomo a cavallo. E se ne andò via al trotto.
Venuto il mezzodì, l’uomo a cavallo incontrò il secondo fratello: «Il tuo fratello più giovane ti manda molti saluti e ti prega di camminare più in fretta se volete arrivare dal vecchio Druido prima che scenda la sera». Il secondo fratello ringraziò: «Quando giungerai alla testa dell’arpa, incontrerai il mio fratello più anziano. Salutamelo e pregalo di camminare più in fretta perché dobbiamo arrivare dal vecchio Druido prima che scenda la sera». «Sì», disse l’uomo a cavallo. E se ne andò via al trotto.

Il sole era al tramonto quando l’uomo a cavallo giunse alla testa dell’arpa e riferì al più anziano dei tre fratelli ciò che il secondo fratello gli aveva detto. Il più anziano dei tre fratelli rispose: «Non posso farci niente, sta scendendo la sera, dobbiamo passare la notte sul ciglio della strada». E si fermò. L’uomo a cavallo se ne andò via al trotto.
I tre fratelli passarono la notte sul ciglio della strada. Il mattino seguente si svegliarono di buonora e ripresero l’arpa sulle spalle. Nel cielo di dicembre, un’aquila reale dalle ali estese come colline di rododendri, zanne rosincarnate che in primavera si protendono sull’oceano. L’aquila reale afferrò l’arpa con i suoi artigli e la sollevò sopra le nuvole. I tre fratelli piansero molto. A mani vuote, tornarono al villaggio.
L’aquila reale volò con l’arpa. E volando vide un gregge di capre dalle corna affilate. Si adagiò sulle corna delle capre, che sembravano reggere il peso del mondo. Graffiò le corde dell’arpa e tutt’intorno si diffuse una musica in sibemolle.
Riprese a nevicare.

Il guardiano di capre si rifugiò sotto la pancia dell’aquila reale, un dolore gli trafisse l’occhio sinistro. «Sarà un granello di polvere o di neve ghiacciata», pensò. Tornato al villaggio, sentì più acuto il dolore: «Chiamate quattro dottori, che navighino con quattro barche nel mio occhio sinistro per trovare il granello di polvere o di neve ghiacciata». Gli abitanti del villaggio chiamarono i quattro dottori: «Con quattro barche navigate nell’occhio sinistro del guardiano di capre».
Navigarono. Ma non era un granello di polvere o di neve ghiacciata. Era la corda più piccola dell’arpa, quella che sta vicino al petto di chi la regge, vicino alla curva dove comincia la cassa di risonanza che scende ai pedali. Questa corda più piccola era entrata nell’occhio sinistro del guardiano di capre quando si era rifugiato sotto la pancia dell’aquila reale.
Il guardiano di capre non sentì più dolore. I quattro dottori tornarono a casa. La corda più piccola dell’arpa fu scagliata in un luogo paludoso. E la musica in sibemolle, sull’onda dell’eco, continuò a vibrare tra i pini marini. Vibrò sulla schiuma dell’oceano, che negli scogli finisce in rigagnoli. Vibrò su tutte le acque dell’Irlanda. Vibrò sulla Boyne, dove il vecchio Druido aspettava che un salmone abboccasse all’amo. Vibrò sul Liffey, che come seni di bella donna torce Dublino.

Passarono alcuni zingari. E visto che la notte si approssimava, decisero di fermarsi. «Questo luogo paludoso è il più sicuro per la notte», dissero. Ma quando furono per addormentarsi, la terra tremò. Gli zingari s’impaurirono. E raccolte le loro cose, le misero sui carri e se andarono. Al mattino si ripresero dalla paura. Mandarono quattro cavalieri sul luogo paludoso dove la terra aveva tremato.
I quattro cavalieri giunsero in un baleno e videro che quello non era un luogo paludoso ma l’arpa con le sue corde eccetto una. E videro che una volpe stava rosicchiando le corde dell’arpa. «Ecco perché la terra ha tremato», sentenziarono. E prendendo la mira, uccisero la volpe con le frecce dell’arco. Si misero poi a spellarla. Ma da un lato. Non riuscirono infatti a capovolgerla sull’altro lato.
I quattro cavalieri tornarono all’accampamento e raccontarono tutto agli zingari più anziani. Venne una giovane donna: «Per piacere, datemi la pelle di volpe che i quattro cavalieri hanno portato, ci voglio cucire un berretto per il mio bambino». Gli zingari più anziani acconsentirono. La giovane donna misurò il capo del suo bambino e cominciò a tagliare un berretto dalla pelle di volpe. Ma si accorse che avrebbe fatto solo mezzo berretto. Venne di nuovo agli zingari più anziani, chiedendo l’altra metà della pelle di volpe. Gli zingari più anziani chiamarono i quattro cavalieri, che dissero: «Non siamo riusciti a spostare la volpe di un millimetro, non siamo riusciti a metterla a pancia in giù e a spellarla per intero».

E quale fu la cosa più degna?
La grande arpa madreperlata?
Non si dimentichi che un uomo a cavallo impiegò un intero giorno per passare dalla sua coda alla sua testa.
L’aquila reale?
Non si dimentichi che afferrò l’arpa e la sollevò sopra le nuvole e graffiò le sue corde in sibemolle.
Le capre?
Non si dimentichi che sulle loro corna affilate l’aquila reale si adagiò comoda.
Il guardiano di capre?
Non si dimentichi che quattro dottori navigarono con quattro barche nel suo occhio sinistro.
La volpe?
Non si dimentichi che rosicchiando le corde dell’arpa causò un terremoto.
Il bambino simile a un gigante?
Non si dimentichi che la madre abbisognava di tutta la pelle della volpe per fargli un berretto.
La giovane donna che aveva un bambino simile a un gigante?
Non si dimentichi che era un dicembre di neve e ghiaccio e che l’arpa madreperlata continuò a suonare per tutta l’Irlanda senza la sua corda più piccola.
E si capirà che tra le note dell’arpa il bambino simile a un gigante era il nuovo anno.
Ogni anno non cresce giorno dopo giorno. Ma nasce già lungo con il suo inverno, la sua primavera, la sua estate e il suo autunno.
Più lungo dell’aquila reale.
Più lungo del gregge di capre e delle loro corna affilate.
Più lungo dell’occhio sinistro del guardiano di capre.
Più lungo della volpe.
Trecentosessantacinquevolte più lungo.
Con quattro stagioni in sibemolle

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