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Olga (L'abbandono)

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Angelo Perrone) Racconti dedicati alle emozioni. Sentirsi soli. Anzi: essere proprio soli. Il primo ricordo riporta a quando da bambini la mamma non ci tenne più per mano. Un giorno la lasciò andare. Non per distrazione o incuria. Perché facessimo strada. Ce l’aveva detto, non l’avevamo creduto possibile. Che spaesamento.
La paura subentrò dopo, quasi mancasse la terra sotto i piedi, o ci trovassimo in un luogo sconosciuto, che solo quella mano avrebbe permesso di esplorare con tranquillità. Ma al primo istante, guardando intorno, solo domande. Perché? Come me la caverò?
Poi altre volte ci trovammo in situazioni simili, e non era la mamma a lasciarci. Un’altra persona andava via. Oppure eravamo noi a lasciare qualcuno. Con patimento o rimorso o sollievo. Non era mai uguale. Eravamo noi a non ritrovarci più.
Fu il treno a portarci lontano da lei. Non l’avremmo più rivista, nei sogni soltanto l’abbiamo incontrata di nuovo, senza volerlo, senza chiederglielo. Non ne sappiamo il motivo. C’è da qualche parte uno spazio dove ricomporre i traumi, recuperare i frammenti, ritrovare sé stessi. Dopo l’abbandono.
Marina Zinzani scava nelle pieghe delle emozioni, alcune è capitato a tutti di avvertirle.
Dopo “Sabrina" dedicato all’invidia, "Ilaria" incentrato sulla rabbia, "Rosa" (la malinconia), "Giacomo" (il senso di colpa), "Matilde" (il senso di impotenza), "Maurizio" (il rimpianto), "Alessia" (il rimuginare), "Alessandro" (la paura), "Emilia" (il risentimento), "Augusto" (l’empatia), "Guido" (la preoccupazione), “Jolanda” (la contraddittorietà), ecco “Olga” (l’abbandono)

"Dove hai messo la tua bambola? Non lo so, mamma. Cercala. L’ho cercata, non la trovo più, mamma. Cercala ancora. È andata via, mamma. Non voleva stare più con me."
Il paese dove sono finita è piccolo, la gente è chiusa, parla poco con chi viene da lontano. Le badanti, come me, sono viste come persone che si occupano degli anziani, di chi non si può muovere, di chi non può essere accudito dai figli. Ci guardano con sospetto, spesso. Riusciamo a parlare la loro lingua, ma i nostri mondi restano lontani.  Anche i nostri cuori.
Mia figlia che ha undici anni abita col padre, è rimasta nel mio Paese. Il lavoro c’è solo per noi, donne richieste per accudire gli anziani, non c’è per i nostri mariti. C’è crisi anche qui, in Italia, e io devo ringraziare che ho lavorato sempre negli ultimi anni, un po’ qua, un po’ là, mi sono adattata a tutto.  Sono io quella che sostiene la famiglia.
Vengo da una realtà povera, mio padre ci lasciò quando eravamo bambine, e io me la porto ancora dentro quella ferita, quel giorno è ancora nella mia vita come fosse ieri. Da allora mia madre, vedova con tre figli, si è dovuta rimboccare le maniche, facendo i lavori più umili, andando a servizio da qualche famiglia ricca, e poi in una fabbrica.
Era piena di fumi la fabbrica, e quando lei veniva a casa la sera la pelle era più scura del mattino, e lei era stanca, tanto stanca, e noi bambine, io e mia sorella, ma anche mio fratello, facevamo da mangiare, preparavamo la cena. Piatti poveri naturalmente, patate, cavoli, ma andava bene, andava bene lo stesso.
La foto di nostro padre era lì, in vista sul camino, come se lui stesse guardandoci, e fosse alla nostra tavola. Un’illusione, o era realtà. Quella dei cuori, anche se sembra fantasiosa, spesso è la vera realtà.
Piano piano siamo cresciuti noi figli, abbiamo trovato un lavoro, si mangiava, si aveva un vestito in più. Io mi sono sposata, e mio marito guadagnava bene, da non lamentarsi almeno. A me bastava, mi sembrava di avere tante cose che mia madre non aveva avuto, e mi sembrava già tanto. 
Poi, la crisi.  Fabbriche che licenziavano, negozi che chiudevano, certezze che cadevano: di nuovo il senso dell’abbandono, andava via quella sottile stabilità così faticosamente costruita, e cosa rimaneva, cosa ne sarebbe stato del nostro futuro?
Mio marito aveva perduto il lavoro, e io avevo saputo di donne che venivano in Italia, perché lì c’era da accudire gli anziani, pagavano bene, almeno da mantenere una famiglia. Ho pianto per due giorni, quando ho capito che sarebbe toccato a me andare via, separarmi da nostra figlia. Mio marito mi guardava, e non diceva niente. Gli uomini parlano poco, ma una famiglia divisa non era nei suoi sogni, lo so. 
Mia figlia allora aveva cinque anni. Mamma deve andare a lavorare lontano, le ho detto. Ricordo ancora il suo abbraccio prima di separarci, eravamo davanti all’autobus, era l’alba, era buio e freddo, tanto freddo, e lei non voleva staccarsi da me. Piangevamo. Mi aspettava una città, una famiglia, una stanza che sarebbe diventata la mia realtà. Un’anziana che aveva fatto scappare già diverse badanti, semplicemente crudele. Mi rimproverava se lavavo i piatti con l’acqua calda, costava il gas, diceva.
È come se fossi stata ancora abbandonata, per volere di qualcuno, di chi sta in alto, per qualche volontà crudele o semplicemente per necessità economica, e il senso di distacco è tornato a svegliarsi. Papà, dove sei? Piccola, dove sei? Hai fatto i compiti? Hai mangiato stasera? E domani, che è domenica, tu e tuo padre dove andrete?
Io andavo in un parco sotto casa dell’anziana, in qualche ora di libertà. Mi ritrovavo con altre badanti, raccontavamo la nostra storia. Ognuna aveva lasciato la sua famiglia, la sua casa, aveva abbandonato per necessità il proprio mondo.
È piccolo questo paese, piccolo e la gente sorride poco. Costa una badante, a volte rubano, a volte portano via anche i mariti, bisogna stare attente. Le ho sentite queste frasi, qui. 
Ma oggi sono felice. Perché mancano due giorni, e poi posso tornare per un po’ a casa, da mia figlia, da mio marito, da chi amo.

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