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Mondi a confronto

Putin e Zelensky: parole e verità storica


(Angelo Perrone) Le parole di Putin calpestano logica e buon senso, oltre che verità storica. C’era un «genocidio» nel Donbass ai danni dei russi e andava contrastato. Il governo ucraino è composto da «drogati» e «nazisti», da eliminare.
Il governo russo sta attuando la «difesa» dei russi perseguitati ovunque, pure fuori dai confini, anche se nessuno li minaccia e nessuno si è accorto che la piccola Ucraina stesse per invadere il grande vicino.
I nemici non sono mai umani ma bestie: «sputeremo i traditori come moscerini entrati in bocca».
I riferimenti storici sono sempre gli stessi: la bandiera dei Romanov con l’aquila bifronte esibita alle spalle e la figura di Pietro I “Il grande” (1672-1725) alla guida della grande Russia dell’epoca d’oro. Il grande stadio plaudente, con un’esultanza fuori luogo davanti alle stesse perdite russe, è messaggio di paura, incute soggezione. Al centro, sul palco, la mente prigioniera dell’illusione della potenza imperiale, fondata sulle armi e sull’espansione violenta.
Il Pantheon delle idee di Zelensky comprende l’Europa, Winston Churchill, Martin Luther King, l’11 settembre, la caduta del Muro di Berlino. Ogni volta che parla sa trovare le parole giuste, gli argomenti sensibili, alcuni fanno singhiozzare. Definisce gli altri per raccontare la sua storia. Resiste in un modo sempre più pratico, militaresco.
Ai Comuni, cita Shakespeare e Churchill «combatteremo fino alla fine, in mare e nei cieli, per la nostra terra a qualunque costo». Davanti al Congresso americano, evoca l’11 settembre («ogni giorno per noi è l’11 settembre») e Pearl Harbour. Al Bundestag tedesco evoca «un nuovo Muro» al centro dell’Europa, critica quanti da quelle parti pensano solo alla convenienza mercantile: «l’economia, sempre l’economia». All’Ue, rivendica: «vogliamo essere membri dell’unione, oggi lottiamo anche per questo, mostrateci di essere al nostro fianco».
Mentre crescono i crimini e le vittime (milioni se si comprendono anche i feriti, la gente in fuga, tutti quelli che hanno perso il futuro), la catastrofe disumana esalta la verità e scrive la storia. Le pagine che l’Ucraina di Zelensky sta componendo non sono scritte da un narratore bravo, più capace e credibile dell’aggressore. Non meritano di essere lette perché meglio composte: sono un mezzo per opporsi alla brutalità.
Gli applausi con cui vengono accolti i suoi interventi segnano il divario tra il mondo libero e le dittature, inevitabilmente dominate dalla nevrosi dell’uomo forte in preda al delirio di onnipotenza, incapace di guardare al mondo se non come “natura morta”. Putin ha quegli occhi senza sguardo, indifferenti rispetto alle sorti delle persone. Privi di sentimenti, se non il terrore verso “l’altro” da sé, che scatena l’istinto ad umiliarlo.
La rivendicazione di «essere qui» assume alla fine un significato simbolico, che va oltre lo spazio e il tempo. Non indica solo che non si è fuggiti, e che si rimane al proprio posto, accanto agli altri. Che si continua a combattere, non si sa per quanto e con quale risultato, in un’incertezza che non è il problema.
A chi propaganda distruzione, e agita lo spettro del massacro finale, per portare a compimento l’eliminazione dell’avversario, si contrappone la vitalità dell’essere: lo stare nel corpo delle città, nel tessuto del paese, nella sofferenza della gente. Cioè nel presente della storia, la dimensione abitata dalla speranza, nella quale il terrore non può vincere.
Se «il nemico è talmente forte che per contrastarlo si deve usare tutta la forza a disposizione, questa guerra sbagliata non ha futuro» ha scritto con coraggio la poetessa russa Marija Stepanova: nessun dittatore infatti può infischiarsi, sino a questo punto estremo, della sorte dell’umanità. 

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