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L'eredità dei giusti

Falcone e Borsellino, non solo il ricordo

(Angelo Perrone) Il conteggio inesorabile degli anni – sono trenta da quel tragico 1992, in cui trovarono la morte Falcone e Borsellino – è faticoso. Siamo qui a ricordare, ma molti allora non c’erano, o erano troppo giovani. Il ricordo è inesistente o è messo a dura prova.
Come, allora, quella storia rimane parte essenziale della memoria collettiva? Soprattutto, come può accadere che il ricordo abbia il senso etimologico della parola, che è “rimettere nel cuore” una vicenda così importante per la convivenza civile? 
Non c’è da disperarsi: la storia offre ampiezza di strumenti, varietà di soluzioni, contaminazioni tra discipline differenti ed esiti innovativi. Riesce a parlare alle persone, restituendo loro qualcosa di familiare, di non separato.
Il dolore di quei giorni si redime, alleggerisce la sua pesantezza, genera risorse. L’angoscia provata quando il Paese vedeva cadere gli uomini migliori diventa spesso poesia e canto in molte iniziative, opere create per l’anniversario. Immagini nuove, parole mai sentite, evocazioni e suggestioni sono il modo attuale attraverso cui si materializza l’idea del teatro come vita nuova. 
Si può tornare a percepire ciò che il tempo rischia di far diventare invisibile. Nulla di quanto è importante infatti può rimanere invisibile e perdersi nel tempo. Rimane un mondo necessario, che cerca nuove possibilità per essere scoperto e valorizzato. L’eredità dei giusti trova sempre la sua strada per affermarsi. È ingombrante, complicato, ammonisce e insieme consola. 
Costringe a sapere che contro l’ingiustizia si può sempre dire di no, si può lottare e vincere. Anche se il costo è molto alto. Per questo, ogni volta che ricordiamo quei giusti, è come provare una scossa. Non giratevi dall’altra parte. Non abbassate lo sguardo.

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