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Le parole della giustizia: il caso Regna

(Angelo Perrone) La discussione suscitata dalla sentenza del Tribunale di Torino sul caso di Lucia Regna offre un'occasione per riflettere sul ruolo del linguaggio all'interno del sistema giudiziario, al di là di facili strumentalizzazioni. 
La vicenda ha origine dalla sentenza che ha assolto l'ex marito di Lucia Regna dall'accusa di maltrattamenti, condannandolo solo per lesioni personali (a un anno e sei mesi). 
Il Tribunale ha ritenuto che frasi come «sei una puttana», «non vali niente», «non sei una madre», rivolte alla moglie davanti ai figli, fossero da ricondurre «nel loro specifico contesto», considerando che «l’amarezza per la dissoluzione della comunità domestica era umanamente comprensibile». 
Anche il pugno che ha sfigurato la donna, ricondotto «alla logica delle relazioni umane», è valutato – sia pure ai soli fini dei maltrattamenti - in base al fatto che l'imputato «si sentiva vittima di un torto, sentimento molto umano e comprensibile per chiunque» a causa della nuova relazione della donna. Nella sostanza, il Tribunale ha ritenuto che ci fosse una certa tendenza della vittima ad amplificare la rilevanza degli episodi domestici.
Il linguaggio non è mai un mero "orpello" stilistico, tanto più se impiegato in un atto giudiziario. Al contrario, esso è lo strumento attraverso il quale si manifesta e si rende intellegibile il ragionamento giuridico, e si può apprezzare la congruenza dell'argomentazione.
Le parole scelte per motivare una decisione riflettono il modo in cui i fatti sono stati interpretati, le norme applicate e i principi di diritto ponderati. Se il linguaggio utilizzato nella motivazione di una sentenza appare discutibile, ambiguo o, come in questo caso, potenzialmente fuorviante in presenza di violenze fisiche e verbali, ciò giustifica una riflessione sulla forma, e sulla sostanza dei fatti, mentre sarebbe inappropriato esprimersi sulla correttezza del giudizio.
La preoccupazione espressa, nell’impugnazione della sentenza, dal procuratore aggiunto Cesare Parodi, che fa riferimento a principi espressi anche dalla Corte di Giustizia europea, sottolinea come un certo tipo di formulazione possa apparire dissonante rispetto ai criteri di valutazione che dovrebbero guidare l'amministrazione della giustizia, specialmente in contesti sensibili come quello delle violenze di genere. Il linguaggio non dovrebbe offrire l’impressione di minimizzare la gravità di determinati comportamenti né presentare tratti moraleggianti; per questo è utile la possibilità di scrutinare nuovamente i fatti con l’appello.
Invocare la correttezza e la pertinenza del linguaggio giudiziario non è, comunque, un tentativo di intaccare l'indipendenza dei giudici. Al contrario, è un modo per rafforzarla.
L'indipendenza della magistratura si misura anche nella sua capacità di comunicare le proprie decisioni in modo inequivocabile, garantendo che il percorso argomentativo sia solido e rispettoso della dignità di tutte le parti coinvolte, e logicamente fondato. Questo dialogo sul linguaggio si inserisce nel dibattito su come la giustizia possa operare al meglio, mantenendo la sua autonomia e, al tempo stesso, la piena armonia con i valori civili e sociali del nostro tempo.

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