(Introduzione ad a.p.). Un termine religioso in un'aula di giustizia. Il ministro Nordio definisce 'blasfema' l’indipendenza dei magistrati. Dietro lo scivolone lessicale, però, emerge la conferma di un disegno più profondo: il tentativo della politica di limitare il controllo di legalità. Ecco perché il richiamo alla Costituzione oggi non è un peccato, ma un dovere civile.
(a.p.) ▪️
Oltre lo sgarbo istituzionale
Le parole, nelle sedi istituzionali, non sono mai neutre. Definire "blasfemo" il richiamo dei magistrati all’indipendenza costituzionale — espresso durante la solenne inaugurazione dell'anno giudiziario — non è solo uno sgarbo formale. È un segnale d'allarme. Al di là della confusione tra linguaggio religioso e laicità dello Stato, questo episodio conferma involontariamente ciò che magistrati, avvocati e società civile denunciano da mesi.
La visione del potere politico
L'attacco del ministro Nordio non è una questione di cattive maniere, ma rivela una visione precisa:
• Insofferenza verso le regole: Dimostra che il controllo di legalità è percepito come un fastidio dal potere esecutivo.
• Obiettivo reale della riforma: Conferma che il progetto in corso (come la separazione delle carriere) non serve a velocizzare i processi, ma a condizionare politicamente la giustizia.
Il "potere libero"
Non è la prima volta. Il ministro ha già auspicato un potere politico "più libero" dai vincoli dei giudici. Oggi, etichettare come “sacrilega” la difesa dei pilastri della Costituzione è la prova conclusiva: la battaglia per l’autonomia della magistratura è una necessità per la nostra democrazia.
La custodia dell’uguaglianza dei cittadini
Quando l’autonomia del giudice viene vista come un ostacolo da abbattere, la "Cultura del NO" diventa custodia dello Stato di diritto. Difendere un magistrato libero significa garantire che la legge resti uguale per tutti e che nessun cittadino si ritrovi inerme davanti all'arbitrio del potere.

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