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Il pavimento storto della parità 🏗️

Foto di giovani a una manifestazione studentesca a Genova anni '70
(L'autrice, al centro, durante una manifestazione: Genova, anni'70)
(Introduzione a Daniela Barone). Dai grembiuli bordeaux del Liceo Deledda alle piazze del femminismo genovese, questo racconto attraversa le stagioni di una vita alla ricerca della parità. Un'autobiografia coraggiosa che esplora le fragilità e le rinascite di una donna, per approdare a un presente in cui il rispetto e la cura diventano l'unica eredità possibile per le nuove generazioni.

(Daniela Barone) ▪️

L’intimità negata e la libertà ritrovata

Da bambina ero fiera di essere una femmina. Trovavo i maschi sciocchi e rozzi, pur non disdegnando di giocare con loro. Tuttavia, non avendo fratelli, la curiosità verso l’altro sesso era tanta. Papà si chiudeva in bagno, geloso della sua intimità, ma all’epoca tutti i padri erano così.  Io ero curiosa di vedere com’era fatto ma non ci fu niente da fare: su quel punto papà era stato irremovibile.
Mai e poi mai avrebbe accettato di farsi vedere in mutande, tanto meno nella sua nudità. Molto diverso fu invece il comportamento di mio marito, che, pur non mostrandosi ai nostri figli, non faceva una tragedia se per caso lo vedevano in bagno.
La nudità non venne quindi percepita dai nostri bambini come qualcosa di peccaminoso: mio figlio Francesco non ebbe mai problemi a lavarsi insieme a sua sorella e al suo fratellino, anzi trovava la cosa normale e divertente. Io stessa facevo spesso il bagno con loro. Era giusto così. Purtroppo negli anni Sessanta la mentalità era molto diversa: a scuola le femmine erano separate dai maschi, chissà perché. 

Scuole separate e grembiuli bordeaux

Anche all’Istituto del Sacro Cuore che frequentavo i maschi non erano ammessi. La stessa discriminazione verso il sesso maschile la ritrovai più tardi al Liceo Deledda, destinato unicamente alle femmine. Indossavamo tutte grembiuli di color bordeaux, emblemi della Civica Scuola Superiore Femminile di Genova, fondata nel lontano 1884. Bisognerà attendere il 1975, anno della mia maturità, per vedere la trasformazione del liceo in una scuola mista. 

Piccole curiosità e giochi innocenti

Da bambina, per soddisfare la naturale curiosità verso i maschietti, io e la mia amica Serenella includevamo nei nostri giochi il suo fratellino di soli due anni. Orio era simpaticamente paffuto e soprattutto troppo piccolo per protestare quando io e sua sorella gli tiravamo giù i calzoncini per vedere il suo pisellino. Giochi ingenui i nostri, forse una punta maliziosi ma fortunatamente le nostre mamme non li scoprirono mai.

Il vento del femminismo e l’eredità materna

La mia adolescenza fu segnata dal vento impetuoso del Movimento Femminista. Pur non arrivando al punto di bruciare il reggiseno o di partecipare a cortei turbolenti per le vie di Genova, pensavo sinceramente che fosse sacrosanto lottare per l’emancipazione femminile.
Uomini e donne dovevano avere gli stessi diritti nella società e qualsiasi discriminazione di genere doveva essere abolita. La mamma credeva nel diritto delle ragazze all’autonomia, lei che da sempre era una casalinga e dipendeva ovviamente dal marito come la maggioranza delle donne di quegli anni. 
«Ti stai laureando e creando la tua indipendenza economica. Non dovrai vivere solo delle faccende domestiche come me ma svolgerai un lavoro che ti renderà autonoma
Papà la guardava perplesso. Dopotutto era lei che comandava a casa e lui non era certamente il marito padrone che le negava ciò che desiderava. A dire il vero, a lei bastava un guardaroba minimale e qualche libro di cucina ma papà la gratificò anche con semplici vacanze al mare in campeggio. La mamma non chiedeva di più.

Dalla parte delle bambine: tra teoria e realtà

In quegli anni le femministe, moderne suffragette del tardo Novecento, si sgolavano a ripetere che uomo e donna erano assolutamente uguali. A loro parere, eventuali diversità fra i due sessi erano solo ed unicamente dovute all’educazione sessista delle madri.
I primi giochi dei bambini si differenziavano a seconda del sesso ma chi diceva che un maschietto non potesse giocare con le bambole e una femminuccia tirare calci a un pallone? Avevo letto queste teorie nel libro ’Dalla parte delle bambine’ di Elena Gianini Belotti, però non ne ero completamente convinta. Certamente uomini e donne avevano gli stessi diritti ma faticavo a vederli uguali in tutto per tutto.

Il tabù dell’uguaglianza negli anni Settanta

Ogni età ha i suoi tabù. Oggi, ad esempio, non si può mettere in discussione la propensione ad un giovanilismo sfrenato: l’invecchiamento deve essere combattuto, o almeno differito, a tutti i costi.      Negli anni Settanta era deprecabile contestare l’uguaglianza fra i due sessi. L’uomo e la donna erano identici, a parte le ovvie differenze anatomiche. 
Io pensavo al mio fidanzato, agli amici maschi che avevo, al mio buon papà ma francamente percepivo una certa differenza nel loro modo di essere rispetto alle femmine che conoscevo. Perché a volte era così difficile farsi capire da un ragazzo, non dovergli nascondere l’emotività per non sembrare il ‘sesso debole’, non entrare totalmente in sintonia con lui come con un’amica?
Anche a scuola le professoresse più giovani e preparate parevano avere una missione, al di là del mero insegnamento: si trattava di convincere le alunne che non c’era proprio alcuna differenza fra uomo e donna.

L’eleganza carismatica della Prof di francese

La prof. di francese era l’incarnazione perfetta dell’insegnante femminista. In quinta liceo ci aveva presentato la figura affascinante di Madame de Staël, esponente del Romanticismo ed intellettuale illuminata che tanto si era battuta per la libertà delle donne. 
L’insegnante era figlia di un primario e aveva le movenze tipiche della signora borghese in forte contrasto con le sue idee all’avanguardia. Ammiravo la sua bellezza raffinata, la bocca piccola sempre truccata alla perfezione e i capelli corti morbidamente acconciati. Anche il suo francese era morbido e seducente come lei, essenza di una femminilità consapevole e carismatica.

Un’educazione sentimentale tra i fotoromanzi

Un giorno ci assegnò il tema ‘La Presse Féminine’. Ci aveva preparato a fondo sull’argomento della stampa cosiddetta ‘femminile’ e ci aveva spiegato quanto fossero sciocche e discriminatorie le riviste rivolte alle sole donne. Cosa impediva alle ragazze di leggere giornali sportivi e ai maschi di sfogliare riviste di moda o di cucina? Perché mai si pubblicavano settimanali che offendevano l’intelligenza della donna presentando unicamente servizi di moda, arredamento, cucina e puericultura?  
Naturalmente le idee di Madame e le letture progressiste della De Staël avevano prodotto i risultati sperati dalla nostra insegnante: nessuna studentessa si era azzardata a sostenere idee diverse da quelle ricorrenti, nemmeno io. Il mio tema ottenne un bel voto. Dopotutto scrivevo molto bene in francese, ero fluida e corretta.
Tuttavia la rilettura del mio compito mi lasciò un inspiegabile senso di disagio: a casa avevo pile di fotoromanzi, leggevo con gusto riviste tipo Intimità e Confidenze che avrebbero fatto inorridire le femministe e la mia insegnante di francese. Le storie d’amore narrate in quelle pubblicazioni dedicate alle donne mi facevano sognare ad occhi aperti: rappresentavano una sorta di educazione sentimentale per me e tante ragazze della mia generazione, spavalde ma comunque alla ricerca del principe azzurro.

La complessità dell’intelligenza emotiva

Con gli anni il principio indiscutibile della totale uguaglianza di genere iniziò a vacillare. Sempre più ci si interrogava sulla mentalità delle donne, capaci e autonome come e più degli uomini e si cominciava a ragionare addirittura sulla superiore ‘intelligenza emotiva’ femminile.
Le donne erano diventate complicate per i loro compagni. Empatiche ma volubili, dolci ma determinate, belle ma non facilmente accessibili. Chi le capiva più? Madri e donne di carriera, sì, ma persone consapevoli che in famiglia c’erano compiti e doveri da condividere e non più un loro esclusivo appannaggio. 

L’ombra del patriarcato e il peso del giudizio

Come moglie ero stata certamente una donna capace ma sottomessa ad un marito che m’imponeva le sue scelte, quelle più importanti: Sandro delegava a me l’educazione dei figli e il ménage della casa, mostrandosi per di più un consorte anaffettivo e un padre tiepido. Poi, nonostante l’età matura, mi ero risposata con un uomo che si era rivelato malvagio ed egocentrico.
Talvolta mi ritorna alla mente con raccapriccio le privazioni psicologiche che mi aveva inflitto in quegli anni e la sua arroganza verso me e i miei figli. Da persona emancipata e dinamica, ero diventata una donnetta insicura che non riusciva più nemmeno a salare l’acqua della pasta, timorosa com’ero del suo giudizio implacabile. 
Un padre dà il latte al figlio piccolissimo

Ripartire dai figli: un’eredità di rispetto

Una volta divorziata, mi preoccupai di rimediare ai miei errori perché i miei figlioli potessero tornare ad essere orgogliosi della loro madre. I miei sforzi furono premiati: tutti e tre si laurearono brillantemente, trovarono lavoro e formarono delle famiglie solide improntate all’amore autentico, alla parità e al rispetto: penso a mia figlia Elisabetta, moglie giovane e consapevole dei suoi diritti, e ai suoi fratelli Francesco e Fabrizio che curano amorevolmente i loro piccoli, come e più delle loro mogli, e me ne rallegro.

Tra vecchi slogan e nuove ferite

Da madre e nonna accolgo la mia femminilità, più forte e positiva di prima e ancora una volta sono fiera e felice di essere una donna. Spesso però mi intristisco nel sentire di ragazze che puntano tutto sulla bellezza e ricorrono scioccamente alla chirurgia estetica, incuranti di mettere a rischio la loro vita. E che dire dello sgomento che ci travolge tutti, uomini e donne di fronte alle notizie quasi quotidiane di femminicidi?
Che cosa non sta più funzionando nel nostro modo di vivere e di sentire? Mi rivedo giovane e combattiva nei tanti scioperi studenteschi in cui urlavamo slogan per proclamare la parità fra uomini e donne. Dove abbiamo fallito, visto che le nostre figlie si sono tanto allontanate dall’idea di uguaglianza di genere? Che ipocriti compromessi sono state le quote rose, mi sorprendo a pensare. C’è molto da fare ancora per cambiare certe mentalità retrograde. 
un padre e un figlio piccolissimo dormono abbracciati

Bambolotti e supereroine: i semi del domani

Voglio credere in un mondo migliore, però. Devo farlo non più per me, alle soglie della vecchiaia ma per i miei nipoti maschi. Ammiro i loro genitori che li crescono con l’idea del rispetto per ogni essere umano, uomo e donna che sia.
Tra i loro giochi trovo con piacere una carrozzella con un bambolotto malandato, delle pentoline con cui fingono di cucinare e le storie delle eroine femminili come Captain America e la Donna Invisibile accanto a quelle dei corpulenti Hulk e Iron Man. Un mondo nuovo che mi fa credere nel cambiamento di mentalità tanto necessario per il vivere civile e mi riempie di gioia e speranza.

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