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La grafia dell’anima: il destino nelle parole scritte ✍️

pagina di messale antico scritto in inglese e intarsiato
(Introduzione a Daniela Barone). Può la forma di una lettera rivelare il destino di una persona? Daniela Barone ci conduce in un memoir intimo dove la grafia diventa lo specchio dell'esistenza.
Dalla perfezione rincorsa sui banchi di scuola ai tormenti celati dietro la grafia infantile di una madre, il segno della penna si rivela come l'ultima, indelebile traccia dell'amore e della fragilità umana.

(Daniela Barone) ▪️

Dal fascino degli amanuensi al desiderio della calligrafia

Fin da giovane ho ammirato i codici miniati su fogli di pergamena. Che meraviglia contemplare le decorazioni colorate di fronde, fiori e frutti dei monaci amanuensi! Li immaginavo dediti per ore ed ore a comporre con inchiostro, piume d’oca, righelli e punteruoli i caratteri neri gotici intramezzati ad illustrazioni di Cristo e dei santi su sfondi dorati.
Pur vivendo in un mondo dominato ormai dalla videoscrittura, in me permane l’attrazione per la grafia a mano. Ricordo quando, ai tempi del lockdown, mi ero dedicata a un corso online di ‘lettering’ per imparare a disegnare i caratteri alfabetici in modo decorativo con sottili pennarelli coreani di alta qualità.
Avevo sfruttato questa nuova abilità per scrivere bigliettini di auguri ai miei cari ma dopo qualche tempo avevo smesso. Per progredire in quest’arte occorrono pazienza e costanza, doti di cui difetto.
foglio di un compito con sopra il giudizio della maestra

L’ombra del “sudicino” e la rincorsa alla perfezione

Imparare a scrivere a scuola mi era risultato piuttosto difficile. La maestra, suor Prudenzina, ci aveva risparmiato il tedio di riempire pagine intere di stupide aste ed era passata subito alle lettere.
Come mi affascinava la sua grafia tondeggiante priva di esitazioni... Sarei mai stata in grado d’imitarla? 
L’ansia era grande ma il desiderio di non deluderla mi aveva spinto ad impegnarmi al massimo. Mirando però alla perfezione, tendevo a cancellare spesso le parole ma la gomma lasciava un’ombra scura indelebile sul quaderno.
Fui molto addolorata quando, dopo averle mostrato il mio lavoro, aveva commentato: “Non cancellare! Il tuo scritto è sudicino”. Sudicino. 
Ma come? Umiliata, ero tornata al banco con la consapevolezza che mai avrei potuto eguagliare la sua grafia elegante. Dopo qualche mese, prima di passare alla penna stilografica, i miei sforzi diedero i risultati sperati: il quaderno vantava frasi scritte con letterine tonde come il sole sotto cui sfavilla-vano i dieci e l'ode vergati con la penna rossa dalla maestra.
Messale antico con copertina nera

La grafia degli affetti: il messale nero e i segni dei genitori

Due anni dopo, in occasione della Prima Comunione, mia madre mi donò un messale dalla copertina di un nero serioso. Sulla prima pagina aveva scritto con caratteri piccoli da bambina una breve dedica: “Un piccolo ricordo e una guida sicura per la mia piccola girl.” Come poteva un’adulta avere una grafia così infantile? 
Me lo domandai per anni, ogni volta che la vedevo apporre la sua firma o scrivere qualche annotazione. Se è vero che la grafia rivela i tratti della personalità, allora quella di mia madre doveva svelare le caratteristiche di una donna mai cresciuta veramente.
Povera mamma. Le sue fobie, pur celate maldestramente, delineavano una persona fragile e bambinesca. 
Non mi raccapezzavo del fatto che scrivesse in quel modo e glielo facevo notare, seppure con bonarietà. Papà invece aveva una grafia adulta, anche se aveva l’abitudine di separare con linee decise i nomi dei cibi nella lista della spesa.
Da anziano si era dedicato a scrivere delle poesie su piccole strisce di carta ricavate da vecchi calendari. 
Avevo notato che le parole erano separate fra loro da un trattino. Subito mi era venuto alla mente il ricordo di quando, in terza elementare avevo anch’io quell’abitudine. Le coincidenze strane costellano l’esistenza ma ora le accetto senza pormi troppe domande.

La fragilità rivelata: il responso del grafologo

In prima media il professore di lettere dava buoni voti ai miei temi. Aveva l’abitudine di correggere gli errori degli alunni facendoli scrivere periodicamente cinque volte alla lavagna la parola sbagliata. Nel mio caso il termine errato era ‘soprattutto’ che avevo scritto con una sola T. 
Per il resto ero così brava che mi aveva proposto di scrivere dei pezzi per il giornalino scolastico ‘Il Somarello’. Io avevo optato per le poesie, semplici ma suggestive, oramai dimenticate.
Ricordo solamente il finale de ‘La casetta bianca’ che recitava: “E la tieni con cura / Tutto ciò ti procura una nota d’allegrezza….”. Curioso l’accostamento delle parole ‘cura’ e ‘procura’, quasi a creare un contrasto fra una preoccupazione interiore e un’azione concreta, tipico di gran parte della mia vita.
A mia insaputa, quando avevo sedici anni la mamma aveva mandato un mio foglietto scritto ad una rivista femminile per conoscere il parere del grafologo: “Ragazza estroversa, allegra, un po’ permalosa e molto arrendevole con gli altri. Rivela una certa fragilità compensata comunque da tenacia e amore per la vita”.
Quella ero io, non c’era alcun dubbio, avevo pensato nel leggere il responso. 
Anche papà, tanti anni dopo, quando mi ero risposata con un uomo malvagio che mi aveva allontanato da tutti, aveva parlato di questa mia fragilità.
Il bigliettino, inviato per augurarmi Buon Natale, aveva un tono affettuoso e accorato: “Ti ricordo da bambina, bella, luminosa, sorridente, con occhi grandi azzurro mare e lunghi capelli biondi svolazzanti. Buon Natale alla tua mente, a volte fragile ma intelligente e colta.”

Parole che annientano e parole che curano

Sull’amore percepito negli scritti dei genitori e dei figli mai nutrii dubbi. Serbo gelosamente un compito di Francesco che, a sedici anni, così mi descriveva: "Mia madre ha 43 anni. È una persona sveglia e attenta: controlla sempre tutto, come una buona madre dovrebbe fare, e non si lascia fregare dai figli; ciò significa che non è stupida.
È piuttosto autoritaria, nel senso che non è né severa né remissiva, però le cose che dice vanno fatte, altrimenti si incorre in punizioni severe. È socievole, dato che non ha difficoltà a crearsi un gruppo di persone con cui uscire. È inoltre molto buona e poi, è mia madre".
Povero figliolo. La madre che aveva raccontato con ammirazione si era trasformata dopo solo un anno in una donna passiva e smorta.
Tuttavia, forse più di me, lui e i suoi fratelli hanno accettato e perdonato la mia fragilità al punto di scrivermi in un bigliettino al tempo del Covid: “Nessuna quarantena potrà mai intaccare l’amore per te, mamma”.
E come non ricordare le lettere appassionate di Sergio, primo amore e padre dei miei figli? La scrittura in stampatello di un giovane uomo, un amore tardivo, mi fa sorridere: “Voglio farti sapere che porterò sempre con me il ricordo dei momenti vissuti insieme. Mi hai regalato un sogno. Sei l’angelo più bello di cui Dio si è privato per donarlo alla terra”. 
Dolci parole d’amore, a volte illusorie, che contrastano con scritti crudeli di chi sei costretta a lasciare e per questo ti schernisce e t’insulta: “Non troverai più i gioielli che ti avevo donato. No problem. Fatteli regalare dai tuoi prossimi amanti”. Scritti taglienti che annientano.
foglio di quaderno con frasi scritte da bambini

Dai tormenti della madre ai tratti dei nipoti

Oggi che, alla soglia dei settant’anni, come papà separo nella lista della spesa i cibi da acquistare con una linea, mi ritrovo a pensare ancora alla grafia minuta della mamma, immutata nel tempo.
Ripenso ai suoi bigliettini ritrovati dopo la sua morte nel comodino e mi si stringe il cuore nel ricordare i suoi tormenti. Sono appunti scribacchiati su foglietti, a volte annotazioni sul retro di prescrizioni di psicologi e psichiatri, in cui lei chiede ansiosamente: “Dottore, è pericoloso se tocco i mozziconi delle sigarette? Posso trasmettere il cancro agli altri? E se tocco l’urina?
Seguono le risposte degli specialisti che mai l’hanno rassicurata e talvolta di amici pietosi che si sono finti specialisti per aiutarla. Povera mamma. Ho gettato via il mucchio di tutti quegli scritti assillati e assillanti.
Consolante però un suo ultimo bigliettino in cui, mesi prima di morire mi aveva scritto: “Ti voglio un mondo di bene e sempre te ne vorrò”. Cara mamma bambina, sarà così anche per me.
Oggi la scrittura un po’ incerta di Luca, il nipotino più grande, mi ricorda quelle dei miei tre figlioli di cui serbo ancora i primi quaderni. Anche dalle sue lettere sbilenche traspare un animo sensibile e pieno d’amore che i suoi gli infondono ogni giorno.
Gli scarabocchi del fratellino Leo che imitano la sua scrittura rivelano anch’essi quell’amore tenero, pulito e tenace che sempre cerchiamo nella vita.
L’amore che traspare soprattutto dalle parole scritte, perché è più facile rivelarsi scrivendo, l’amore che fa girare il mondo, ne sbiadisce le brutture e lo riempie di significato.

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