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Il silenzio dopo la tragedia: diritto all'oblio tra cronaca ed etica ☁️

in bianco e nero, immagine della campagna immersa nella nebbia
(a.p. - Introduzione a Marina Zinzani). La tendenza a svelare ogni dettaglio dell’esistenza di chi non c'è più stride con il senso di umanità, oltre che con il diritto alla riservatezza.
Spesso alimenta false notizie, persino calunnie nei confronti di chi non può replicare. Distorce i fatti, genera confusione, e difetta la possibilità di rimediare.
C’è uno spazio che dovrebbe rimanere privato, personale, intangibile. Invece la tragedia rischia di trasformarsi in spettacolo, alimentando visioni deformate del reale.
Eppure c’è un limite, fragile, opinabile, difficile da trovare, che, oltre il racconto doveroso, impone ad un certo punto di fermarsi.

(Marina Zinzani) ▪️

La presunzione di sapere

Silenzio, silenzio sulla vittima e sulla sua storia. Silenzio sui suoi segreti, sulle sue cose taciute, su cui qualcuno ora pensa di sapere molto, presume di sapere, intuisce, sa. 
Quel sapere presunto su una donna che non c’è più viene mostrato, illustrato, pur in nome di una buona causa, perché qualcuno magari impari da una tragedia, perché qualcuno, con presunzione, si salvi.

Privacy e pudore dei familiari

Si rimane perplessi, però. Il raccontare di una vittima viola il suo diritto all’oblio, alla riservatezza, più semplicemente alla sua privacy. Quella privacy che è richiesta dai suoi famigliari, dal coniuge, dai genitori, dai figli, in una sorta di pudore per la persona amata che hanno perduto.

Il confine fragile tra racconto e rispetto

Il confine fra il raccontare una storia, entrando dentro quella storia senza un limite, e fra il rispetto, che impone un passo indietro, è labile. Il diritto all’oblio è cosa eterea. Ci si appropria di tutto, anche a fin di bene, si dice. Sarà così? 

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