Passa ai contenuti principali

🐾 "Verrà a vivere da noi": lo scacco matto del destino che ha cambiato la vita

Acquarello per ritrarre cagnolino nella neve
(Introduzione ad a.p.). Può un ingresso non voluto trasformarsi in una delle più grandi lezioni di vita? In questo racconto, l’autore ci conduce lungo il sentiero tortuoso di un’amicizia nata per "scacco matto" del destino. Quello che inizia come lo scontro tra il rigore di un uomo di legge — abituato a decodificare il mondo attraverso i principi di responsabilità e convivenza sociale — e l'anarchica vitalità di un piccolo meticcio, si risolve in un ribaltamento di prospettiva.
È la storia di una resa necessaria: quella della ragione davanti alla sfrontata purezza della natura. Seguire i passi di Miki, dal primo rifiuto fino all'ultima corsa senza collarino tra i boschi dell'anima, significa riscoprire che il "giusto" non risiede solo nei codici, ma nel battito libero di un cuore che non ha mai avuto paura di rincorrere il vento.

(a.p.) ▪️

Piccolo Miki, il cagnolino, l’uomo e la lunga amicizia

Ritratto del piccolo Miki con Daria

Un ingresso inaspettato

Il lungo rapporto tra l’uomo e un piccolo cane di colore bianco e nero, dopo il suo inatteso ingresso in famiglia. I ricordi di una convivenza particolare ricca di simpatia, allegria e affetto. Sino all’ultimo saluto, il più triste. Forse, un addio non definitivo.
«Verrà a vivere da noi», così all’improvviso seppi la notizia e non la presi affatto bene, ero sorpreso e contrariato. Successe diciassette anni fa, d’inverno, verso la fine di febbraio. Da poco, avevo una casa nuova dove andare ad abitare. Tu, avevi due mesi di vita, di colore bianco e nero, una razza indefinita, eri in cerca di fortuna, e venivi da una cucciolata numerosa. «Perché la gente fa figliare le cagne se non sa come gestire le cose?», avevo pensato dentro di me, preso dalla stizza. E ridicoli tutti quelli che dicono quella frase fatta: «Il cane migliore amico dell’uomo». Quando mai.

La resistenza della ragione

All’annuncio, provai ad oppormi energicamente: «Non mi piacciono i cani, poi sporcano in casa, e infine richiedono tempo, e noi non ne abbiamo affatto». Argomenti solidi, così mi sembrarono, mi appellavo alla ragione: «come si fa a portarlo fuori due-tre volte al giorno?»; giocavo la carta del sentimento: «contano anche le mie preferenze». Non servì a nulla, non avevo capito che la decisione era stata già presa.
Lo avevi fatto anche tu vedendoci? Le mie frasi furono senza mordente, stonate, un balbettio inefficace.
Persino l’ultima sparata che tentai alla fine, la più ingenua di tutte, ebbe la stessa utilità della mossa di uno che agita le braccia mentre sta per affogare e nessuno è lì vicino ad aiutarti. «Non ha nemmeno un nome», balbettai quasi a voler significare che si trattava di una cosa da nulla, che non meritava né attenzione né cura, ce ne potevamo disinteressare.
Fu la mossa più sciocca e sbagliata che potessi immaginare, come quando si muove un pedone e l’avversario ti risponde dandoti scacco matto. «Si chiama Miki», fu la risposta secca e decisa, altra decisione già presa, che segnò il mio tracollo definitivo. E pure il tuo ingresso, caro Miki, nella nostra casa e nella mia vita.
ritratto cagnolino che cerca la ciotola dell'acqua

Libertà e responsabilità

Capii subito il tuo caratterino. Non mi riferisco al fatto che per fare la pipì alzavi la zampetta destra accanto al mobile fine ‘800 che avevo appena acquistato. O al fatto che aspettavi a mangiare le tue crocchette per vedere se avanzava qualcosa di più gustoso, come gli ossicini di maiale, la tua passione. Piuttosto alludo proprio a quel giorno di marzo nella strada davanti casa, anche se so che non vuoi sentirtelo dire.
Mi ero incaponito che sarei riuscito a insegnarti delle buone regole di comportamento, ispirate, manco a dirlo, ai principi di “convivenza sociale” che ritenevo validi anche per il mondo canino, ovvero quelli di libertà e responsabilità, un binomio inscindibile e vincente. In una parola ti tolsi il collarino, convinto che, conoscendoci ormai, mi avresti obbedito facilmente, «basterà un richiamo, un fischio e mi segui», mi dissi fiducioso. Come fanno tutti i cani normali e ben educati.
Non ti avevo ancora conosciuto bene, e non immaginavo allora l’energia, la curiosità, l’intraprendenza che ti avrebbero accompagnato per tutta la vita. O quasi sempre, diciamo fino a pochi giorni fa.

Una Ferrari sulla neve

Insomma quel giorno camminavamo insieme, tu senza collarino appunto, verso il prato, recintato, accanto a casa nostra. Avresti fatto una lunga corsa come poi ti è capitato mille volte quando ti ho lasciato libero in zone sicure: sui sentieri di montagna in Garfagnana, o sulle spiagge deserte in Sardegna. Non c’erano ostacoli che ti fermassero, quando c'era da correre; non ti preoccupavano né il caldo afoso né la neve. Alzavi un polverone con quelle zampette. Ti ho visto, tu piccolino, affondare nella neve alta e riemergere, come se niente fosse, saltellando.
Quando era il momento, abbassavi le orecchie stringendole al muso, ti chinavi sulle zampe, così il baricentro del corpo scendeva rasoterra, e potevi sfidare il vento, sembravi una Ferrari lanciata in pista all’inseguimento dell’avversario, proiettata vittoriosa verso il traguardo. E partivi di slancio, sparendo alla vista, dietro un albero oppure oltre una roccia.
Invece quel giorno, appena libero dal collare, vedesti dall’altra parte della strada una cagnolina deliziosa che faceva il suo per attrarre la tua attenzione. Scodinzolava e aveva uno strano fiocchetto al collo. Non ci pensasti due volte ed io non feci in tempo a frenarti. Ti lanciasti a modo tuo in mezzo alla strada per raggiungerla.
ritratto di cagnolino che si riposa

L'intraprendenza di un cucciolo

Non avevi paura di nulla, volevi sempre giocare, non passava occasione che ti fermassi a curiosare quando vedevi qualcosa di strano, non c’era rumore o movimento che ti sfuggissero, i ciclisti poi erano la tua passione, li avresti inseguiti ovunque abbaiando di felicità. Però ti capitava anche di frenare all’improvviso, quasi un ripensamento, una verifica, chissà, quando non avevi nulla davanti a te se non il silenzio del bosco: ti giravi per controllare che ti seguissi, che reggessi il tuo passo, forse che non ti lasciassi da solo.
Volevi sempre stare in compagnia, e, per attirare la mia attenzione, fingevi di abbaiarmi e di addentarmi una caviglia, ma il tuo morso era così cauto e prudente che non mi avresti mai fatto del male. Oppure mettevi il muso sotto la mano, era un modo di dirmi: «accarezzami un po’». Così ti piaceva giocare con chiunque, allegramente. Lo avresti fatto anche quella volta, con la cagnolina intraprendente.
Ma passò in quel momento una macchina e tu ti ritrovasti con il muso contro la fiancata, senza nemmeno sapere come. Un colpo tremendo, mi parve, dal rumore e anche dal tuo urlo, «è morto», temetti dentro di me. Ma non facesti passare neanche un secondo, l’urlo cessò subito, sembrava che non ti fossi fatto assolutamente nulla, meno male che quell’antipatico di autista si era tolto di mezzo in fretta così potevi riprendere la corsa.
Continuasti a correre dall’altra parte della strada, raggiungesti la cagnolina e cominciasti a giocare con lei girandole intorno ad alta velocità e mordicchiandole la coda.
ritratto cagnolino in giardino di montagna

L'ultimo tragitto in silenzio

Da allora, diciassette anni e una raccolta di ricordi. Non immaginavo di portarti in montagna l’altro giorno. Per l’ultima volta. Ho incrociato, lungo la strada, alcuni ciclisti ma correvano tranquilli e nulla li disturbava. In macchina c’era uno strano silenzio, mancava il tuo abbaiare a farmi compagnia nel tragitto. Sentivo a volte il suono della campanellina celeste, quella che ti avevo messa al collo dopo lo spavento preso tempo addietro quando ti eri smarrito in città uscendo di nascosto dal giardino di casa. Ora suonava a tratti, ma solo per i sobbalzi dell’auto.
Poco prima, quella stessa mattina, avevo accarezzato a lungo il tuo piccolo muso reclinato in basso, gli occhi socchiusi, i peli diventati tutti grigi, le zampine che non reggevano più il tuo corpo, da alcuni giorni non avevi più voglia di mangiare e di bere, non potevi più camminare. Ti sei addormentato così, piano piano. Per sempre.

Un addio senza collarino

Eppure, dopo averti lasciato lassù, non mi sono sorpreso quando, scendendo dal sentiero di montagna, ho incrociato nella notte un capriolo. Non era solo, accanto a lui c’era un piccolo cane di colore bianco e nero, le orecchie abbassate sul muso, il baricentro del corpo spostato in basso, proprio rasoterra, che non smetteva di inseguirlo e di girarci intorno. Felice e allegro. Eri proprio tu, piccolo Miki. Per sempre libero di girare senza collarino, di saltellare nella neve, di mordicchiare le code delle cagnette. E di abbaiare alla luna.

Commenti

Post popolari in questo blog

Pensioni? Facciamo un bello spot. Il solco tra disagio sociale e politica 📺

(Introduzione a Marina Zinzani – Commento a.p.). Malattie, invalidità e vecchiaia rendono la vita un percorso a ostacoli, fatto di privazioni quotidiane e continui accertamenti. Di fronte a questo scenario, il testo che segue dà voce a due realtà distanti: da un lato il vissuto intimo e sofferto di chi vive con una pensione minima, dall'altro il cinismo calcolatore della politica. Una distanza incolmabile oggetto di riflessione nel commento finale. (Marina Zinzani).  Le voci del disagio: storie di ordinaria rinuncia «Vivo con la pensione di mia madre, e una pensione di invalidità. Ho una malattia che non guarisce, può solo peggiorare. L’Inps mi chiama per le visite, per vedere se sono guarito. No, non sono guarito. Sono peggiorato. La mia piccola pensione non è aumentata. Devo pagarmi delle medicine, oltretutto, e quelle c’entrano con la malattia ma per lo Stato non c’entrano. È una cosa un po’ complicata. Così ho anche questa spesa. Mi hanno amputato una gamba, un incidente, anni ...

Tre anni insieme in uno scatolone, quando finisce la magia dell'amore

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono canzoni che non vorremmo mai ascoltare in determinati momenti della nostra vita, perché capaci di trasformarsi nella colonna sonora di un fallimento. Nel racconto che segue, le note dei Los Galos accompagnano Santiago mentre riempie scatoloni alla rinfusa, pronto a lasciare quella che per tre anni è stata la sua casa. Una confessione che scava nelle radici delle incomprensioni di coppia: dalle differenze culturali e generazionali, fino all'incapacità di comunicare, tra silenzi punitivi e sfoghi di rabbia. Una storia sulla fine dell'amore, le ferite dell'infanzia che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo e la difficile accettazione di un game over emotivo. (Daniela Barone). Il peso di tre anni in uno scatolone Sono seduto sulla montagna di scatoloni che ho riempito alla rinfusa dei miei vestiti e di tutte le mie cose. Non è facile farci stare dentro tre anni di matrimonio. Mi serviranno altri borsoni, magari quelli del supermercat...

La reputazione tra parole e silenzio: la lezione del principe Andrea in "A Very Royal Scandal"

(Introduzione a Marina Zinzani). Esistono momenti in cui siamo posti davanti a un bivio cruciale per la nostra immagine pubblica e privata: affrontare una tempesta parlando per difenderci o chiuderci nel silenzio sperando che passi? È il dilemma universale della reputazione, un nodo cieco che attraversa le decisioni di ognuno di noi e che la miniserie Sky A Very Royal Scandal fotografa in un caso di scuola macroscopico: il crollo mediatico dell'ex principe Andrea d'Inghilterra. (Marina Zinzani). Il bivio del Principe Andrea Una miniserie di tre puntate, A Very Royal Scandal, attualmente su Sky, accende i riflettori su un evento del 2019, che riguarda la famiglia reale inglese. L’ex principe Andrea (ora non ha più titoli nobiliari) è accusato da Virginia Giuffre di essersi intrattenuto con lei quando era minorenne.  La stampa non parla d’altro, la situazione è davvero imbarazzante. Anche perché inizia a girare la foto di loro due insieme, nella casa di Ghislaine Maxwell, fidan...

Risveglio in cucina: silenzio e rito del caffè ☕

(Marina Zinzani) ▪️ 🧘 Solitudine necessaria: silenzio, aria fresca e la tregua dalle notizie Il risveglio del mattino, silenzio in cucina, guardare fuori, aprire la finestra e respirare l’aria fresca: quei minuti prima che tutto inizi si accompagnano ad una solitudine piacevole, necessaria. Il rituale del caffè. Il preparare la colazione. La televisione spenta. Nessuna notizia è ancora entrata, provocando in qualche modo pensieri, reazioni emotive: un nuovo femminicidio, venti di guerra che non si attenuano. Si è da soli, in quei minuti di silenzio. ☕ Il rito della quiete: caffè, pensieri tenui e l'imminente flusso Il caffè sorseggiato. Pensieri per la giornata. Le cose da fare. Uno spazio dove il silenzio è vita, l’assaporare una quiete che dura pochi minuti, perché poi la casa si anima. È tutto un correre, poco dopo. O un fare delle cose, assorbiti da un flusso continuo, spesso fatto di doveri e incombenze. Ma prima, in cucina, guardando dalla finestra, si riesce a vedere il tet...

Il campanello dello 8: un abbraccio dopo il segreto

(Introduzione a Paolo Brondi). Nella cornice idilliaca di una villa a Fiesole, si consuma il dramma silenzioso di Saverio. Diviso tra l'amore profondo per la sua compagna Laura – un commissario capo assorbito dai doveri della giustizia – e una solitudine pomeridiana che riapre antiche ferite d'abbandono, l'uomo si ritrova a fare i conti con il vuoto e la noia.  Sarà un'interruzione brusca e inaspettata nella routine del suo studio medico, lo squillo insistente di un campanello alle otto del mattino, a squarciare il velo sui segreti del passato. Il racconto ci conduce lungo i sentieri misteriosi degli affetti familiari, dove una verità rimasta a lungo nell'ombra si trasforma nell'occasione per riscoprire il senso profondo dell'amore e della fraternità. (Paolo Brondi). La vita a Fiesole e la solitudine di Saverio Saverio Motta e Laura Baldi, ormai conviventi, vivevano tranquilli in una villa, da lei acquistata per una fortunata occasione, a Fiesole. Vi si acce...