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La democrazia, altra vittima del Covid

Nell’emergenza Covid è maggiore la percezione dell’inefficienza della classe politica e cresce la disaffezione verso la democrazia. Ma le alternative sono inadeguate e avventurose. E’ urgente vincere il malessere con una diversa qualità della partecipazione alla vita pubblica

(Angelo Perrone) I segnali di disaffezione verso la democrazia si moltiplicano in tempi di crisi, come questo. Lo osserviamo in questi giorni. Forse è inevitabile perché la recrudescenza dei contagi Covid solleva problemi complessi e il ritorno alla normalità è illusorio. Però è impossibile sottovalutare il malessere della gente, rischia di creare una frattura insanabile tra la società civile e le istituzioni, un pericolo per la democrazia stessa.
Il Covid ha ripreso ad accanirsi alimentando lo spettro di un nuovo lockdown ovunque, ammesso che in estate avesse rallentato la sua azione, e insieme alle conseguenze individuali (contagi o morti) aumentano anche le conseguenze sugli assetti politici. Le strutture pubbliche sono messe a dura prova, mostrano fragilità nascoste, rivelano carenze di idee e di progettualità.
La lotta al virus impone misure drastiche senza le quali non si può sperare di uscirne, ma esse  incidono sulle libertà personali e inceppano i meccanismi produttivi: la società civile è preoccupata, l’economia esangue. Le democrazie sono esposte, per la necessità di agire in fretta, al rischio di abusi autoritari, a svolte e involuzioni che comprimerebbero le libertà fondamentali.
D’altra parte, scongiurando simili timori, dovremmo almeno ammettere che il Covid ha messo in luce la gravità dei problemi irrisolti o lasciati a languire. La pandemia ha mostrato i nodi che rendono insoddisfacenti le democrazie: diseguaglianze sociali, assenza di visione per un futuro sostenibile, incertezze sul ruolo della classe politica dirigente. Se la morte non guarda in faccia nessuno, un’eccezione l’ha fatta il Covid andando a colpire di più le classi povere e disagiate, le persone fragili ed indifese. Dunque la pandemia oltre che emergenza sanitaria è per tanti versi crisi di sistema.
Non finisce qui. Oltre a questi aspetti, pur gravissimi, c’è un malcontento, che assume il volto del negazionismo, della protesta contro i divieti, dell’insofferenza verso richiami alla responsabilità. Un malessere che certamente ha manifestazioni psicologiche e individualistiche, ma che poi assurge a critica “politica”, a censura dell’operato dei governanti, a ostilità verso le istituzioni tutte in quanto tali.
L’Italia è stata lodata dall’OMS per la sua risposta all’emergenza Covid dei mesi scorsi. Eppure, nonostante l’azione del governo italiano rispetto ad altri paesi sia stata abbastanza efficace, il comportamento dei politici è accompagnato da una percezione negativa.
Eppure in America o nel resto d’Europa la situazione sanitaria è più grave. Le misure di contenimento inadeguate. L’atteggiamento della politica preoccupante. I casi più estremi e significativi, trattandosi di grandi democrazie importanti per gli equilibri mondiali, sono l’America e la Gran Bretagna.
Donald Trump, pur colpito dal virus, continua a sfidare la pandemia irridendola e minimizzandone gli effetti. Si mostra ristabilito nonostante il respiro affannato e il volto appesantito, si esibisce - immemore di precedenti sciagurati - sui balconi della Casa Bianca per rassicurare la gente. Sprezzante, senza mascherina. In modo ostentato, contro le minacce incombenti. Il corpo - vedete? ancora intatto e possente - esibito come una clava pronta ad abbattere il drago. Moderno Superman. Come se bastasse l’arroganza per sconfiggere il contagio. Perché allarmarsi? Non è peggio di una semplice influenza.
Boris Johnson, sempre più scapigliato e disorientato, gli occhi persi nel vuoto, persino angustiato da problemi familiari con la giovane consorte, è incapace di affrontare i problemi. Lo tengono d’occhio i suoi del partito conservatore, pentiti di aver sostituito Theresa May e pronti a disarcionarlo. Privo di idee, alterna decisioni contrastanti. E poco incisive. Ora chiude gli amati pub suscitando le ire di negozianti e avventori. È surreale come riesca a trovare, in tanto disastro, la fantasia e la forza per rassicurare il paese su altro: il no deal – di cui ci eravamo dimenticati presi dalla pandemia - sarà comunque cosa buona per il paese.
Da noi, proprio l’emergenza coronavirus, contrastata con drammatica consapevolezza e vissuta correttamente dalle persone, mostra l’intensità delle critiche verso le istituzioni. E’ il comportamento delle forze politiche a provocare un duro giudizio: scarso senso di responsabilità e difetto di compattezza di fronte ad una situazione grave, che mette a repentaglio l’economia e il lavoro di tanti. 
I politici hanno ripreso ad accapigliarsi non meno degli esperti, mentre si varano nuovi provvedimenti restrittivi del governo contro il Covid. Le regioni litigano tra loro e con lo Stato. Ognuno per sé. I partiti poi in ordine sparso. In nome del tornaconto elettorale, s’intende, da capitalizzare alla prossima tornata. L’obiettivo di tanto daffare è guadagnare posizioni di vantaggio. Un posto in prima fila, piuttosto che di quart’ordine, quando ci sarà un nuovo giro di giostra.
Il solito gioco dei rinvii e delle manovre strumentali mentre il Covid fa il suo: invade fisicamente anche il parlamento infettando parlamentari e ministri. Strappi e aggiustamenti. Un po’ avanti e tanto indietro. Mentre permane l’immobilismo governativo frutto della contraddittorietà delle posizioni PD-M5S.  Mosse utili però in futuro, specie se, come funestamente previsto, si adotterà un sistema proporzionale: l’elettorato non potrà scegliere tra schieramenti contrapposti e quindi stabilire chi debba governare il paese.
Il giudizio negativo sul comportamento dei partiti di fronte all’emergenza Covid deriva dalla percezione che manchi l’ascolto della gente. E’ insufficiente la rappresentanza degli interessi e delle esigenze. Troppo lente sono le decisioni. Alti perciò i costi della politica in generale. Questo malcontento minaccia di travolgere le istituzioni della democrazia rappresentativa, di far danni al sistema.
Suona una conferma l’esito del referendum costituzionale di settembre sul taglio dei parlamentari, approvato con il 70% dei consensi, una percentuale non plebiscitaria, ma certamente assai elevata. Un segnale palese della sfiducia verso il parlamento, non tanto riguardo ai costi (in verità modesti), quanto per l’utilità della funzione: cassa di risonanza di decisioni prese altrove, consesso di poche o scadenti competenze. 
Può darsi che l’opinione pubblica così critica verso le istituzioni sia desiderosa di sperimentare vie nuove, ma le ipotesi possibili sono contraddette dall’esperienza, o suggestive. Il futuro è problematico.
Per esempio, l’idea, cara soprattutto al centrodestra, di una redistribuzione dei compiti tra Stato e Regioni, già coltivata con la riforma costituzionale del 2001, cioè maggiori poteri agli enti locali per avvicinare la politica alla gente, ha mostrato i suoi limiti proprio in occasione del Covid.
Regioni pronte a stabilire regole proprie, in contrasto con quelle dei vicini, che magari accampano anche loro buone ragioni: non se ne esce. Diverse organizzazioni sanitarie, disparità di trattamenti: cure rapide ed efficienti da una parte, aumento dei contagi e dei morti dall’altra. Regole diverse incrinano il principio di eguaglianza tra i cittadini nella tutela della salute.
Alla fine, alcuni presidenti di giunta, disperati, invocano una “cabina di regia” ovvero un più saldo indirizzo statale per venirne a capo. Qualcuno venga a metterci d’accordo dato che non siamo capaci di farlo da soli, o a far tacere i discoli. La tutela dell’interesse locale non può porsi in contrasto con le esigenze di solidarietà e di pari dignità.
L’opinione pubblica di segno opposto può essere tentata dalla suggestione della democrazia diretta, dinanzi alla manifesta crisi di quella parlamentare-rappresentativa. Sono operai, disoccupati, persone in difficoltà economica, più in generale coloro che lamentano la mancanza di risposte della politica, e che vorrebbero un più deciso intervento a sostegno delle esigenze di rinnovamento della società. Un bacino non sovrapponibile a quello, sempre più ridotto, che si è finora indirizzato verso il Movimento 5Stelle.
In effetti, il dibattito sulla democrazia diretta è ben più complesso di quello riducibile al giudizio sul M5S per come ha vissuto il passaggio da forza antisistema a soggetto di governo, sotto identità contraddittorie e confuse (prima con la destra della Lega poi con la sinistra del Pd). E tuttavia, per quanto divisivo e forse fuorviante, il discorso sul M5S ha il pregio di una chiarificazione estrema del problema.
Il contrasto tra governisti (ex ribelli adeguatisi ai tempi: alla Di Maio) e contestatori (di vecchia e inossidabile maniera: alla Di Battista) è sovrastato dal richiamo di Davide Casaleggio, mentore del movimento a nome del suo compianto padre Gianroberto e ovviamente di Beppe Grillo. A parte il ribadito “no al terzo mandato”, feticcio iconico del movimento, sempre più precario dinanzi alle ambizioni di tanti, ecco la proposta di sottoporre alla consultazione degli iscritti, tramite la piattaforma Rousseau le migliaia di nomine pubbliche che dovranno essere fatte tra poco. Lo scopo? «Renderle più trasparenti e più ispirate alle meritocrazia».
Discutere di questa idea serve a comprendere le possibili degenerazioni di un sistema politico con diffuse forme di democrazia diretta.
Sarebbero dunque gli iscritti al Movimento i soggetti chiamati a decidere su queste nomine importanti, in luogo degli eletti in parlamento. Il popolo sarebbe messo in condizione di scegliere direttamente e al meglio. Facili le obiezioni: come gli iscritti potrebbero valutare meriti e titoli? Quali garanzie ci sarebbero di scegliere davvero i migliori?
Il meccanismo è già di per sé fuorviante: i soggetti proposti sarebbero quelli graditi al Movimento, indicati per questo motivo, non i più bravi; a sceglierli (meglio confermarli) sarebbero gli stessi simpatizzanti. Un giro vizioso di preferenze e simpatie. E infine quali garanzie può offrire una piattaforma informatica gestita da un privato per interessi privati? Il merito prescinde dall’appartenenza, e richiede che chiunque possa spendere le sue chance per accedere al posto in palio e sia essere valutato da un terzo.
Il discredito delle istituzioni non è risolvibile con la rinuncia alle stesse, scavalcandole nell’illusione di riuscire a dar voce alla gente. Lo conferma il fatto che, se la democrazia è giudicata così criticamente, non solo le strutture di vertice ma anche quelle intermedie godono di scarsa reputazione. Molti italiani, circa un terzo, si dicono socialmente attivi e sono iscritti a qualche gruppo o associazione rappresentativa di interessi, come sindacati, associazioni, ordini professionali.
A parte i gruppi di volontariato, certe fondazioni culturali, e poco altro, è difficile che gli iscritti si mostrino entusiasti di simili appartenenze, soddisfatti del modo in cui vengono rappresentati i loro interessi, difese le ragioni, perseguiti gli obiettivi. Sono le stesse critiche che coinvolgono partiti e strutture statali. Ci sono note dolenti persino per i sindacati, protagonisti di lotte epiche per la salvaguardia dei diritti irrinunciabili dei lavoratori, e ora in declino, poco attrattivi per giovani, a rischio di irrilevanza storica.
Eppure proprio il sentimento popolare mostrato nell’emergenza - l’impegno profuso da tanti - indica come, per uscire dall’emergenza e far ripartire il paese, sia irrinunciabile il ricorso agli strumenti di intermediazione e alle forme di collaborazione, che possono animare l’impegno sociale e politico di ciascuno in qualunque formazione sociale sino appunto al vertice dell’organizzazione statale.
Non si tratta quindi soltanto di dare spazio e valore alla “società di mezzo” in modo che anche le istituzioni si sveglino dal torpore e ne traggano beneficio, e imboccando strade più sagge. Piuttosto non può mancare la consapevolezza che la crisi delle democrazie complesse richiede un cambio di passo che riguardi innanzi tutto lo status del cittadino, il suo rapporto con la collettività.
Il perseguimento di scopi particolari è inscindibile dallo sforzo di contribuire alla crescita del paese e al suo benessere sociale. La scommessa impegnativa è quella di trovare le risorse umane e le energie morali per orientare il funzionamento delle strutture sociali tutte, dalle più piccole a quelle di vertice, in una direzione più responsabile e consapevole dei diritti di ciascuno.

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