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Poeti tra noi

Chissà se i poeti potranno salvarci dal disastro e dallo sconforto. Però non ci sono soltanto gli scrittori: la poesia è in ciascuno

di Marina Zinzani
(Commento a La congiura dei poeti, PL, 4.10.19)

I poeti non hanno volto, non hanno nome. E’ quello che abbassa la testa di fronte all’ennesimo sopruso, quello che ritira la magra pensione pensando che non ce la farà a pagare la bolletta del gas, è quello che prepara un pomeriggio diverso con un figlio, un nipote, gioioso nel fare una cosa insieme.
E’ nella vita di tutti i giorni la poesia, nel sorriso di chi ci augura buona giornata e sembra che non sia solo un obbligo lavorativo, c’è gentilezza, un augurio per noi. E’ negli occhi di chi immagina un cielo limpido, la libertà, oltre il suo muro quotidiano. E’ nella consapevolezza che si possono creare piccole gioie, donandoci il tempo.
Ecco il poeta, la vecchietta con la borsa della spesa che dice che la città non è più quella di una volta, lo racconta il suo volto, memore di altri scenari, di gentilezze e di bellezza,  che chissà se c’erano poi state.
Il poeta è l’uomo di strada che passa veloce accanto a un giaciglio di stracci, parvenza di casa di un barbone, è la nota di tristezza improvvisa che lo pervade mentre lo attende una riunione di lavoro, il suo capo, produttività, bilanci. E’ la sua impotenza. Lasciargli qualche spicciolo quando se lo ritrova all’uscita dal lavoro.
Il poeta è il giovane disadattato, qualcuno forse lo definisce così, perché vede i coetanei che sono brilli in discoteca e alle cinque del mattino sono ancora lì che ballano, perché vede ragazzine sfrontate che fanno l’alba e nessuno a casa si lamenta forse, e quel bere, quel bere, sballarsi, e musica, rap, rumore, rumore assordante diventano scenario di giovani, lui non si sente come loro, lui sembra un vecchio, gli hanno detto. Il volontariato, un’altra vita, una ragazza diversa dalle altre: i suoi sogni e Goethe, il giovane Werther, Leopardi, giovane che vede, che sa, che soffre, che non si mischia al gruppo e paga il dazio dell’isolamento e della solitudine.
La poesia nasce nei mercati, tutto buono, venga signora, le zucchine oggi le facciamo a un buon prezzo, il pesce fritto, la fila, è sabato, piccola gioia settimanale, pesce fritto e una grande insalata. Si entra dentro la vita, nei mercati. C’è la madre con la figlia che deve comprarsi un paio di scarpe che hanno le amiche, c’è la cinquantenne che cerca in una maglia colorata un po’ di colore nella sua vita, c’è la donna furba che riesce a risparmiare non poco comprando frutta e verdura al mercato, la sua borsa con le ruote si riempie, e lei sorride ad un certo punto, pensando a quanto ha risparmiato quella settimana, che moltiplicato per 52 settimane fa.
La poesia di chi deve attraversare un periodo difficile, un periodo di cure, un periodo in cui un genitore sta male, un periodo in cui le ore del giorno non bastano e neanche quelle della notte, e se ci sono, sono inutili. C’è un’amica che raccoglie quel tormento, quella sensazione di buio e di sconfitta, e piano piano, parola dopo parola, il mondo sembra rasserenarsi, l’importanza di avere un’amica.
Ci sono le porte chiuse che non si possono più aprire, i fantasmi del passato, le cose non dette, non rimediabili, c’è l’andare avanti con il rammarico del potevo, dovevo dire, dovevo fare. La lenta rassegnazione di un amore finito, la sottile invidia verso gli innamorati quando l’amore, quello che faceva battere il cuore e illuminare il mondo con una polverina magica e misteriosa, se n’è andato per sempre.
Ci sono le stoviglie da lavare, ci sono lavatrici da fare, ci sono rammarichi per una donna che si trova a fare una montagna di cose e non trova un momento per sé. Era questa la vita che voleva? E il solo pensiero la fa sentire in colpa, di fronte al compagno, ai figli. I figli, chi li capisce oggi. Il loro mondo e noi genitori fuori, all’esterno, solo a preoccuparci che non accada questo, quello, che non si perdano chissà dove.
La poesia e la minestra di sera, l’odore in casa di verdure cucinate. E’ buio là fuori, il tepore di una cucina e di una voce vicina riscalda. Il poeta lo sa e nel suo disincanto lo percepisce come la sottile voce di Dio che arriva a lui.

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