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Solitudini: Enrico

di Marina Zinzani

Un luogo fuori città, un agriturismo di cui si è sentito parlare un gran bene, il ritrovo di compagni di scuola dopo tanti anni: mi attende questa serata che sarà diversa dalle altre.
Non ho mai amato i ritrovi di una classe dopo decenni, il rivedere chi mi era vicino di banco e non mi passava il compito, o quelli che facevano gruppo fra di loro.
Erano per la maggior parte figli di genitori benestanti, con case che non erano solo case ma ville, mentre i miei vivevano in affitto, in un appartamento così modesto che preferivo non invitare nessuno.
Di fatto, ho schivato questo genere di inviti lungo questi anni, adducendo vaghi pretesti e, vedendo il mio scarso interesse, i compagni di allora non mi hanno più invitato. Quest’anno però, uno di loro, Alessandro, mi ha incontrato una mattina, e si è messo in testa che devo essere presente anch’io alla cena, era stata appena programmata. Anche lui, come me, non era troppo inserito, lo prendevano un po’ in giro, ma partecipa a questo genere di serate con un certo entusiasmo, si è offerto di venirmi a prendere stasera, forse per paura che all’ultimo declinassi l’invito.
La mia testa, in macchina, è già stata inondata di informazioni non richieste, nomi che mi confondono, Mirka, Viola, Beatrice, Giovanni, e di ognuno c’è un’informazione, il lavoro che fa, se è sposato, dove vive ora. Occupano tutti dei posti importanti a quanto pare, la maggior parte di quelli della mia classe si è laureata e non se la passa male. Io sono entrato in banca, avevo buoni voti a scuola e non ho avuto raccomandazioni.
Non dovevo venire. Dovevo dar retta al mio istinto, quello che mi ha tenuto lontano per anni da questo genere di ritrovi. Potevo dire che mia moglie aveva già preso un impegno, che dovevo uscire con i genitori della fidanzata di mio figlio, pretesti che sanno di falso, d’accordo.
Non dovevo venire perché alla fine, della classe di allora, siamo una quindicina e sono presenti i più antipatici, quelli che sapevo avrebbero fatto strada: sento discorsi con parole come ministero, Roma, Londra, New York. Le ragazze di allora sono diventate professioniste affermate, a quanto pare. E io scambio davvero poche frasi, cito la banca dove lavoro, dico che mi sono sposato, che ho un figlio. A nessuno interessa che da un anno io e mia moglie Laura siamo separati in casa. Perché dirlo?
E’ inevitabile il sottile senso di fallimento che mi prende: ora parlano dei loro viaggi in giro per il mondo, del master dei loro figli, della seconda casa al mare. Auspico che si arrivi in fretta al dolce e poi finisca la serata.
Secondo il loro metro, forse sono un mezzo sconfitto: una famiglia che si è sfaldata, un lavoro abitudinario dietro una scrivania, senza sussulti e neanche slanci in alto, carriera zero. Un figlio che ha trovato lavoro in un call center dopo tanta fatica, una casa modesta, un mutuo che sembra senza fine. Un uomo un po’ grigio in fondo, con poche cose da raccontare.
Sul bilancio non può apparire, perché invisibile, quello che ho coltivato dentro di me, il mio mondo interiore. Cosa dico? Ho letto molti libri, ho condiviso tante cose con mio figlio, abbiamo anche imparato a suonare la chitarra insieme. La sua è una brava ragazza, andiamo a giocare tutti e tre a tennis, a volte. Laura veniva a vederci, un tempo. Forse sono stato un buon padre. A nessuno di questi presenti interesserebbe questo, anche se un poeta direbbe che qui sta il vero successo. 
Ho voglia di essere a casa, nel mio mondo. Un mondo perduto, non te lo ricordi? State parlando di un periodo di pausa, tu e Laura. Il fatto di vivere ancora sotto lo stesso tetto può essere momentaneo, se non interviene qualcosa e la situazione si sblocca.
Come riprendere le parole, quali usare per farle diventare dei fili che fanno tornare l’armonia? Devo essere solo me stesso e dirle che stasera l’avrei voluta vicino. Come quando bastava questo, una mano che stringeva l’altra e il cielo stellato sopra di noi.

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