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Tra rigore del velo e libertà del cuore: il mio viaggio nella fede ⛪

il corridoio di un collegio di suore, con le divise appese sugli attaccapanni nel lato destro
(Introduzione a Daniela Barone). Crescere nell'Istituto del Sacro Cuore di Genova negli anni Sessanta significava abitare un universo di simboli austeri e silenzi carichi di attesa, dove la fede veniva impartita come un dovere tra divise blu e velette nere. In questo racconto, l'autrice ripercorre il sentiero tortuoso che l’ha portata da una formazione basata sul timore alla riscoperta di una spiritualità libera, capace di curare le ferite del passato e scoprire che Dio abita altrove rispetto alla paura.

(Daniela Barone) ▪️

L'Istituto del Sacro Cuore: un mondo in bianco e nero

Era stato mio nonno a volermi mandare all’Istituto del Sacro Cuore che frequentai per due anni di ‘asilo’, come si diceva allora, e tre di elementari. Ricordo ancora quanta insofferenza provavo per quella scuola prestigiosa e severa.
Mio padre, all’epoca autista dei mezzi pubblici, non avrebbe potuto certamente permettersi di pagare quelle rette elevate. Però la Madre Superiora, Suor Platania, dagli stralunati occhi cerulei nel volto ieratico, gli concesse di pagare soltanto lo scuolabus essendo siciliana come lui.
Ero affascinata dalle suore del Sacro Cuore. La loro veste austera aveva maniche larghe e, come il velo, quasi toccava il pavimento. L’unica nota di luce era conferita dal soggolo bianco che fasciava il viso e si ricongiungeva all’estremità della testa.
Mi colpiva soprattutto il loro velo nero che ne celava i capelli. Ma davvero le suore li avevano? E perché mai non avevano il seno come tutte le donne? La mamma aveva un petto abbondante, così non riuscivo a capire come mai tutte le suore avessero un seno piattissimo. 

Due mondi in un solo collegio

Noi alunne, malgrado la tenera età, indossavamo la sobria divisa del Collegio, una maglia e una gonna blu plissettata. Blu erano anche il grembiule, i calzettoni e i mocassini. Come invidiavo le coetanee delle scuole pubbliche che portavano grembiulini bianchi con un allegro fioccone blu sotto il colletto! Loro uscivano alla mezza e avevano tutti i pomeriggi liberi.
Al pianterreno dell’imponente edificio contornato da alte palme e frequentato da alunne della Genova bene, era tutto un altro mondo. Le suore che non insegnavano si occupavano di cucinare, lavare e stendere i panni in un cortile ombroso.
Erano più allegre delle consorelle colte, ritte e impeccabili nelle loro tuniche nere. Avevano mani arrossate e mal celavano il grosso seno sotto semplici tuniche coperte in parte da grembiuloni di ruvida stoffa azzurra. Spesso cantavano gioiosamente mentre lavoravano.
bambine con velo da prima comunione

Il rito della confessione: guanti, velette e pianti

All’istituto del Sacro Cuore la confessione settimanale era un rituale complesso al quale nessuna alunna poteva sottrarsi, nemmeno in prima elementare: era d’obbligo indossare guanti e veletta nera e, una volta ricevuto il sacramento della Riconciliazione, mettere guantini e veletta bianchi. 
Non sapevo mai cosa dire al confessore, uno dei rari uomini che visitava l’istituto, a parte le figure maschili dei giardinieri. Sfiancata da tutti i riti di cui non capivo il senso, non vedevo l’ora che tutto finisse.  Le penitenze del confessore erano comunque niente in confronto alle punizioni severe e alle umiliazioni che le suore infliggevano alle bambine riottose o poco studiose.
L’anno della Prima Confessione le monache organizzarono un ritiro spirituale di tre giorni per noi alunne.  Una sera, curiosando in una cella aperta riuscii a intravedere una suora che si toglieva il velo per il riposo notturno. Feci appena in tempo a scorgere dei capelli neri fluenti perché lei si accorse della mia presenza e rinchiuse in fretta la porta. Allora era proprio come pensavo: le suore avevano i capelli! 

Quel perdono mancato

L’ultimo pomeriggio del ritiro, dopo la confessione, ogni bambina avrebbe ricevuto in ginocchio i suoi genitori e chiesto perdono per le marachelle compiute. Avevo provato tante volte il discorso del mio pentimento; ogni volta aggiungevo un peccato, certa che il loro perdono sarebbe giunto con più amore e benevolenza.
Papà e mamma entrarono nel salone austero con i loro abiti migliori. Io iniziai con fervore il mio discorso e poco dopo scoppiai in lacrime. «Perdono, mamma e papà», esclamai affranta. Mia madre mi sollevò da terra e mi spinse bruscamente fuori dal salone. Nessun sorriso o abbraccio per me. Fu terribile.  Rimasi in piedi muta e infelice vicino a mia madre indispettita e a mio padre turbato. 
Penso che lei ritenesse esagerata la severità delle suore con me che non potevo certo essermi macchiata di colpe gravi. Tuttavia il fatto che non mi avesse motivato pacatamente la sua reazione mi ferì enormemente. Che cosa mai avevo sbagliato? 

La Comunione

La Madre Superiora ci aveva ricordato che, per comunicarci, dovevano essere trascorse almeno tre ore dall’ingestione di qualsiasi cibo o bevanda. Pertanto, quella mattina fatidica, facemmo colazione alle sette, ognuna con i propri familiari.
Le suorine del refettorio servirono caffellatte, cioccolata calda e biscotti casalinghi ma, non so se per l’emozione di rivedere i miei dopo l’ennesimo ritiro, o per la preoccupazione a riguardo dell’Ostia, mi si era chiuso lo stomaco e a malapena riuscii a sorseggiare un po’ di tè caldo al limone.  Finalmente arrivò il momento di ricevere la Prima Comunione.
Quindici bambine percorsero la lunga navata e si accostarono all’altare ornato di fiori candidi come le loro vesti. Ero la terza nella fila. Avanzai lentamente a mani giunte, la vista offuscata dalle lacrime e tanti cori celesti nelle orecchie. 
«Benedicat, benedicat, benedicat tibi Dominus et custodiat te.» cantavo rapita senza sapere il significato del testo latino. «Dominus, bambine. Non Domine, capito?» ci aveva ripetuto all’infinito la maestra di canto. Non capivo che differenza facesse. Sapevo che era il nome del Signore e questo mi bastava.

La fine del giogo e il cappellano burbero

La mia esperienza dalle suore del Sacro Cuore aveva condizionato fortemente il mio rapporto con la religione: confessarmi mi risultava penoso e preferivo farlo raramente.  Per fortuna, dopo il nostro trasferimento a Pra, i miei genitori mi iscrissero ad una scuola pubblica, il ché implicava contatti meno frequenti con la Chiesa.
Frequentavo comunque le lezioni di catechismo ma il contesto era molto disteso. La domenica pomeriggio, poi, andavo a giocare nel parco delle Orsoline, suore molto meno severe di quelle dell’istituto religioso del centro.  Mi ero resa ben presto conto che non tutte le monache erano tremende come quelle che avevo conosciuto e me ne rallegravo.
All’età di dodici anni, volli comunque vincere la mia riluttanza verso la Confessione. Quel giorno, al posto del giovane curato, confessava il grasso cappellano, anziano e burbero. Com’ero stata sfortunata… Il vecchio sacerdote mi chiese, chissà perché, cosa facevo la sera. «Guardo la TV con mia mamma», risposi in un balbettio.
Spiegai che vedevamo insieme qualche ‘sceneggiato’, come si diceva allora. «Cosa? La televisione? Andrete all’inferno, tu e tua madre» tuonò. Richiuse la grata con un colpo secco lasciandomi inebetita al confessionale. Giurai a me stessa che non mi sarei più confessata, anzi, che non sarei più andata a messa. 

La fede ritrovata: un dono di libertà

Da quell’episodio infelice sono passati molti decenni nei quali ho peraltro voluto accompagnare i miei tre figlioli nel percorso di catechesi, consapevole del fatto che ognuno di loro, da adulto, avrebbe scelto o ripudiato autonomamente il percorso spirituale.
Per quello che mi riguarda, solo nella tarda maturità mi sono riavvicinata alla  Chiesa grazie ad un incontro provvidenziale con Don Giulio, allora vice parroco del Carmine a Pavia. A lui, sacerdote illuminato e comprensivo, avevo confidato non tanto i miei peccati, quanto la disperazione per un matrimonio opprimente per me e i miei figlioli.
I suoi discorsi pacati mi avevano convinto della necessità di lasciare immediatamente un marito aguzzino e di chiedere aiuto ai miei genitori. 
Oggi per me la religione non è più il un giogo, la cappa soffocante della mia infanzia. La fede ritrovata è piuttosto un dono prezioso, una fonte di conforto nei momenti oscuri e sì, anche un legame dolce e indissolubile con la devozione di mia madre e il tenero ricordo delle sue litanie nella chiesetta odorosa d’incenso.

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