Passa ai contenuti principali

Magistratura o "plotone d'esecuzione"? La deriva di un dibattito e la dignità perduta delle parole 🧱🧨

magistrati in toga intorno ad un tavolo dove sono depositati il libro del diritto e quello dell'etica
(Introduzione ad a.p.). Le parole che abitano il dibattito pubblico non sono mai neutre: esse definiscono il perimetro della nostra democrazia. Tuttavia, quando il linguaggio delle istituzioni abbandona il rigore per abbracciare la violenza verbale, il rischio non è solo politico, ma culturale. Siamo di fronte a un’escalation che scivola dalla legittima critica verso una forma di alienazione istituzionale preoccupante.

(a.p.) 

Al centro di questa deriva ci sono due espressioni che non possono essere ignorate per la loro gravità distruttiva: la descrizione della “magistratura come un plotone di esecuzione” e l’appello esplicito ai cittadini: “votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”.

Il ribaltamento del senso istituzionale

Ciò che rende queste affermazioni un caso di studio inquietante è il profilo di chi le ha pronunciate. Colpisce, infatti, che a invocare la necessità di "togliersi di mezzo" un potere dello Stato sia chi ha vissuto quel mondo dall'interno, avendo indossato per anni la toga e avendo operato nel cuore di quelle stesse aule di giustizia.
Come può un’identità professionale e civile ribaltarsi a tal punto? Come può chi ha rappresentato l'ordine giudiziario arrivare a dipingerlo come un nemico armato, un "plotone" da cui difendersi? Questa metamorfosi suggerisce un corto circuito profondo: non è più una discussione su come migliorare il sistema, ma sembra l'espressione di un risentimento di un’origine misteriosa quanto pericolosa.

Dalla riforma alla delegittimazione

Se finora si era guardato alle posizioni del ministro Nordio come al volto rivelatore degli obiettivi della riforma qui siamo passati a un livello diverso. Non siamo più nel campo della politica, ma in quello di un attacco frontale all'architettura dello Stato di diritto.
Presentare la magistratura come un ostacolo di cui liberarsi significa tradire quel mirabile equilibrio cercato dai padri costituenti come Aldo Moro, Piero Calamandrei e Costantino Mortati. Essi costruirono ponti e contrappesi per proteggere la neonata democrazia; oggi, invece, si usano le parole come dinamite per far saltare l’indipendenza di chi è chiamato a giudicare.

Un patrimonio in pericolo

Il vero pericolo di questa retorica è l'effetto che produce sui cittadini: l'idea che la magistratura non sia un presidio di legalità per tutti, ma un corpo estraneo da combattere. Difendere l'indipendenza dei giudici significa oggi, prima di tutto, difendere la dignità delle parole e la stabilità delle istituzioni da chi, pur avendole servite, sembra aver smarrito la bussola della loro funzione essenziale.

Commenti

Post popolari in questo blog

Il dio dell’invidia, il sentimento che avvelena

(Introduzione a Marina Zinzani). Cosa rimane delle divinità diverse da quelle dell’Olimpo? Ci troviamo di fronte al mondo altrettanto misterioso dell’animo umano. Dopo aver affrontato temi come la verità, le passioni, la guarigione, la speranza e la nostalgia, l’autrice si concentra oggi sul sentimento più pericoloso con “Il dio dell’invidia”. (Marina Zinzani) Il travestimento del dio Il dio dell’invidia si presenta sotto forma di donna, dai tratti delicati e dallo sguardo seducente. A volte però assume la forma di un uomo sempre placido e sorridente, conviviale. In realtà ha bisogno di questi camuffamenti per entrare nel mondo degli uomini e parlare sottovoce a loro, al loro orecchio.  Il sussurro che avvelena i pensieri Lui sussurra poche frasi, che sono i suoi cavalli di battaglia: “Ti sembra giusto che quella lì abbia più successo di te? Ti sembra giusto che tutto le sia dovuto? Non c’è solo lei a questo mondo, ci sono anche gli altri...” Ecco allora che l’essere umano comincia...

La voce di Dio ai tempi del terrore

di Marina Zinzani (Commento di Angelo Perrone) (ap) È dedicato a padre Daniele Badiali, da Faenza, questo racconto. Il terrore attraversa il nostro tempo, fa strage di vite innocenti, violenta le anime di tanti, e insieme rapina il diritto ad una esistenza serena ed operosa. Non solo a Parigi e Bruxelles, ma in tante parti del mondo.  Ovunque l’uomo è barbaramente ucciso, perseguitato, umiliato od offeso. Pone interrogativi che lasciano sgomenti e rimangono senza risposte. Come è possibile? Cosa spinge l’uomo (perché anche i terroristi lo sono, nonostante tutto) al male atroce, assurdo, intollerabile, incomprensibile per la mente umana?

La stella di Roberta: studentessa speciale nel ricordo della sua prof

(Introduzione a Daniela Barone). Alcuni studenti lasciano un’impronta indelebile nella memoria di un insegnante, non solo per il loro profitto, ma per quell'innata scintilla che li fa risplendere tra i banchi. Roberta era una di loro: un’anima fiera, un’intelligenza brillante e una bellezza che sbocciava giorno dopo giorno. Questo racconto è il ritratto di una vita tragicamente interrotta nel suo fulgore più bello, e del legame invisibile, ma eterno, che continua a unire chi resta a chi è diventato luce nel cosmo. (Daniela Barone). I banchi del liceo e il sogno della Bocconi Roberta era stata mia alunna al liceo di Pavia per cinque anni. La ricordo in prima, con le fattezze ancora infantili dei suoi quattordici anni ma già faceva capolino in lei la straordinaria bellezza dell’adolescenza. Oltre a quella, madre natura l’aveva dotata di un’intelligenza brillante che la faceva distinguere in classe. Piuttosto altera o forse semplicemente riservata con gli insegnanti, era ammirata dai ...

La prima neve di primavera: la voce di una bambina dal grembo materno

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa prova una vita prima ancora di venire alla luce? In questo racconto, la voce narrante appartiene a una bambina che osserva il mondo esterno attraverso i filtri emotivi della madre. Dal miracolo del concepimento nella notte di San Giovanni a Genova, passando per la nube scura di un lutto improvviso, fino a una nascita avvolta da un evento atmosferico straordinario. Attesa, dolore e rinascita: il legame materno supera ogni tempesta. (Daniela Barone). Un inizio invisibile Ho dovuto viaggiare per otto giorni prima di arrivare dentro il tuo grembo, mamma. Sono così piccola che nessuno può vedermi e nemmeno tu sai della mia esistenza. La notte di San Giovanni, patrono di Genova, hai pregato papà di lasciarsi finalmente andare e così mi avete concepito. Immagino gli scoppi dei fuochi d’artificio e i meravigliosi colori che non sono in grado di percepire mentre mi accoccolo un po’ smarrita in te.  Non so quanto tempo sia passato ma ora mi sento tutta s...

"Avevo un tempo migliore e non lo sapevo": uno sguardo dentro di sé

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni). Ci sono momenti nella vita in cui ci si muove per inerzia, convinti che la parte migliore del viaggio sia ormai alle spalle. È in quel silenzio, quando il passo si fa pesante e tutto sembra sul punto di concludersi, che un colpo di vento inaspettato – una spinta inutile solo in apparenza – ci scuote e ci restituisce alla realtà. Nei versi che seguono la perdita della consapevolezza temporale si trasforma, grazie a un'improvvisa rivelazione, in una certezza che non svanirà mai più.  (Maria Cristina Capitoni). Avevo il tempo migliore ma non lo sapevo perciò caddi in silenzio abbandonando il passo tenuto fino a quel momento solo una spinta inutile e improvvisa quando tutto sembrava finito mi svelò dov’ero fissando un concetto che non sarebbe più svanito.