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‘Il somarello’: quando la scuola impara ad ascoltare 🫏

Immagine di una classe di adolescenti mentre prepara il giornalino intitolato Il somarello
(Introduzione a Daniela Barone). Cosa succede quando un insegnante decide di ignorare il rigore della Presidenza per ascoltare il cuore della classe? Tra i viottoli di Genova e i banchi di una prima media degli anni '60, nasce "Il Somarello": un giornalino di classe che trasformò i "somari" in protagonisti e una ragazzina timida in una giovane poetessa.

(Daniela Barone) ▪️

Tra girini e viottoli di campagna

Andare alla scuola media Assarotti era piacevole per me. Per raggiungerla percorrevo una stradina di campagna, costeggiata da orti e serre, che mi conduceva all’istituto in una ventina di minuti. Davvero non so perché noi ragazzini chiamassimo il lungo viottolo spasuia, in genovese scopa. 
Si trattava, per la verità di una viuzza tortuosa piuttosto mal tenuta, piena di erbacce ai lati, dove molte persone portavano i cani a fare i bisogni. Facevamo quindi una specie di gincana per evitare le lordure e i rovi che infestavano i tratti più stretti. 
In fondo si vedevano le mura del cimitero e un grande vivaio dove i miei acquistavano belle piante a poco prezzo; poi si arrivava al ponticello del torrente Branega in cui, nella buona stagione, una fila di buffi anatroccoli si facevano varco fra gli alti canneti. 
In primavera inoltrata a noi ragazzini piaceva camminare sulle rive del fiumiciattolo muniti di secchielli dove riponevamo dei girini.  A casa la mamma si premurava di metterli in un’albanella di vetro, come si dice a Genova ma, nonostante le cure premurose ai piccoli anfibi, non riuscivo mai a vederne la trasformazione in rane.
Dopo che era caduto il lungo codino, apparivano quasi magicamente le zampette ai lati. Cercavo allora di ricreare nel vasetto un habitat adatto con sabbia e pietruzze di fiume ma, chissà perché, ogni volta ritrovavo la ranetta bella stecchita.
Foto originale di classe: i ragazzi in tre file davanti alla macchina fotografica

Il professor Scarfò e la sfida della Prima L

Amavo i miei insegnanti: la professoressa Rossi di matematica, che non sembrava accorgersi delle mie lacune e mi assegnava sempre dei bei voti, la signorina Romaniello d’inglese, materia in cui eccellevo, e al primo posto il professore d’italiano Scarfò. Era basso, grassoccio e con pochi capelli grigi.
Arriva sempre trafelato al suono della seconda campanella e svuotava la sua borsa di pelle marrone in modo meticoloso. La prima L era composta da quindici femmine e da sei maschi. Che grande novità rispetto alla scuola elementare frequentata solo da bambine! Nessuno di loro mi attraeva ma ero comunque contenta di averli in classe.
I maschi andavano tutti male a scuola ma il prof. Scarfò non si perdeva d’animo e cercava sempre di coinvolgerli nel lavoro di classe. Ci teneva soprattutto a correggere gli errori di ortografia che spesso trovava nei nostri elaborati. Ci chiamava alla lavagna e ci faceva scrivere cinque volte la parola che avevamo sbagliato.
Non saprei dire se il suo metodo fosse giusto. So solo che, per quel mi riguardava, imparai presto a scrivere la parola ‘soprattutto’ in modo corretto. Ma questa tecnica non sembrava funzionare granché con i maschi: loro deridevano impietosamente il prof al momento delle correzioni e continuavano, forse per fargli dispetto, a produrre temi pressoché illeggibili. 

Il sequestro della poesia e il colpo di scena

Con il passare dei mesi, il professor Scarfò pareva aver perso la fiducia nei suoi metodi pedagogici. Soffrivo nel vederlo teso e mi dispiaceva quando i ragazzini più sfrontati lo facevano spazientire o addirittura infuriare. Un giorno, approfittando dei predicozzi che l’insegnante stava facendo a uno di loro, strappai un foglio dal mio quaderno e iniziai a scrivere una poesia.
Non era la prima volta che lo facevo: a volte mi veniva l’ispirazione e buttavo giù qualche verso. Già provato dalla villania di un alunno, il professore mi intimò di portargli il foglio su cui avevo scribacchiato la poesiola.
 «Questo lo tengo io. Vedremo cosa ne pensa la signora Preside.» sibilò adirato. 

"Il Somarello": la vittoria dell'approccio del cuore

La settimana successiva il professor Scarfò entrò in classe con un’espressione indecifrabile: dopo aver consegnato le verifiche, ci informò del colloquio con la Preside che gli aveva imposto di mettere note ai più indisciplinati in modo da poterli sospendere. Riguardo a me, fui presa dal timore: mi attendevo una ramanzina da parte del professore. 
Le cose andarono invece molto diversamente.  Evidentemente il rigore invocato dal Capo d’Istituto non era nelle sue corde: pur non rassegnandosi alle intemperanze continue dei sei ragazzi, aveva però preferito alla severità un approccio educativo più dialogante che li coinvolgesse in compiti atti a valorizzare i loro punti forti, anziché a evidenziarne le debolezze.
«Ragazzi, oggi niente grammatica o lettura dell’antologia. Parleremo invece di come fare un giornalino di classe. Vi piace l’idea?» esordì sorridendo. Fu un tumulto di sì entusiastici da parte delle femmine e da cori da stadio dei maschi nell’ultima fila.
«Ognuno di voi darà il suo contributo, siamo d’accordo?» chiese speranzoso ignorando gli schiamazzi. 
«Professo’, io sono una schiappa a scrivere, si ricorda?» osservò il maschio più ribelle. Il professore lo guardò serio.
«Però mi risulta che sei bravo a disegnare, non è così? Allora farai un bel disegno. Potete collaborare al giornalino di classe con disegni, poesie, racconti o cronache di vario genere. Che ne dite? Ognuno farà del suo meglio.» 
Tutti in classe aderimmo all’invito strabiliante del prof. Scarfò. La sua idea fu sicuramente vincente. Il giorno dopo l’insegnante chiese proprio al più screanzato dei ragazzi di pensare a un titolo per il nostro giornalino. Lui lo guardò quasi con fierezza: «Dato che a scuola sono un somaro, potremmo intitolarlo ‘Il Somarello’, prof.» 
Non ricordo quanti numeri del giornalino di classe uscirono ma so che furono molto apprezzati dai ragazzi e dalle loro famiglie. Oltretutto i maschi, conquistati dall’ ‘approccio del cuore’ dell’insegnante, erano migliorati al punto di conseguire addirittura la piena sufficienza. 
A giugno fui soddisfatta nel vedere sulla pagella un bell’otto in Italiano. Non lo avevo meritato per i miei temi, ne ero certa, ma per qualcos’altro che mi inorgogliva: la mia poesia ‘La casetta bianca’. A dire il vero quei versi mi furono ispirati da un brano di Marisa Sannia dal titolo ‘Casa bianca’ che così cantava: «C’è una casa bianca che/ che mai più io scorderò/ mi rimane dentro il cuore/ con la mia gioventù». 
Non ricordo più la mia poesia ma so che non era permeata dal velo di malinconia del pezzo sanremese. Io vi avevo infuso un tono gioioso, una ‘nota di allegrezza’, come avevo scritto nei versi conclusivi. Quanto mi avevano commosso le parole di quella canzone, apparentemente banale nella sua semplicità. E la stessa voce della giovane interprete mi aveva toccato il cuore per la sensibilità che trasmetteva. 

La nota di allegrezza ritrovata

Il buon giudizio del professor Scarfò non venne più confermato dagli insegnanti di lettere del liceo che non mi assegnarono mai la sufficienza piena. Curiosamente, da anziana, incurante dei voti deludenti delle superiori, ho ritrovato il gusto di scrivere: la mia vena creativa è rispuntata magicamente come la casetta bianca della mia prima adolescenza: quella nota di allegrezza è ricomparsa e ancora me ne meraviglio.

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