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Note di famiglia: tra l’eleganza di un Frac e la forza di uno Scarpone 🎶🤵 🥾

un uomo in frac accanto ad un vecchio giradischi e in basso dei vecchi scarponi
(Introduzione a Daniela Barone). L’infanzia è un giradischi che non smette mai di girare, un’eco di vinili e polvere di stelle che danza in una stanza sospesa. In quel controluce fatto di valvole accese e passi di danza rubati, la figura del padre si staglia come un porto sicuro: una melodia che non conosce tramonto e che sa trasformare l'ordinario nel battito eterno di chi non è mai andato via.
Uomo in frac mentre balla al suono della musica di Modugno

(Daniela Barone) ▪️

♦️L'incanto del Vecchio Frac e il gioco delle somiglianze

Avevo appena quattro anni quando ascoltai in televisione per la prima volta la canzone di Modugno "Vecchio Frac". Rispetto alle mie coetanee ero fortunata perché noi possedevamo un televisore. Il nonno, che lavorava in una ditta di elettrotecnica, aveva portato a casa di volta in volta una lavatrice semiautomatica, un frigorifero e appunto un televisore a valvole.
Ricordo ancora quando ne sostituiva una non funzionante: era di vetro, di forma allungata e aveva all’estremità tanti piedini. L’apparecchio spesso si guastava, come la radio, ma lui sapeva ripararlo con destrezza.
Il sabato sera, potendo andare a letto un po’ dopo Carosello, mi godevo le esibizioni canore di Joe Sentieri, Wilma De Angelis e Modugno, il mio interprete preferito. Fra le sue canzoni prediligevo "Vecchio Frac", al punto che il nonno volle acquistare il disco per me. 
La canzone, pur non essendo allegra come tanti pezzi di Mina, mi colpiva per la sua malinconia; le strofe descrivevano una città di notte, chissà quale, e il ritornello esplodeva in tutto il suo fulgore: «Ha il cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo. Si avvicina lentamente con incedere elegante, ha l’aspetto trasognato, malinconico ed assente» 
Che parole sublimi! Vedevo l’uomo in frac come un essere misterioso e affascinante, forse capace di volare lievemente fra un tetto e l’altro nel cuore della notte e magari di esaudire i desideri dei bambini. A dirla tutta, ero attratta fisicamente da Modugno: di lui mi piacevano il sorriso scanzonato, il viso virile con i baffetti e l’aria romantica. 
Sarà stato forse per la forte somiglianza con il cantante, che appena dodicenne, accettai i bacetti sulle guance e le carezze indebite del vinaio sotto casa. L’uomo, della stessa corporatura del mio interprete preferito, aveva come lui i capelli scuri e l’identico sguardo ammaliante. 
A volte mi immaginavo il vinaio vestito con il frac e l’elegante cilindro nero e l’attrazione che provavo per lui mi sorprendeva e mi turbava profondamente. Pur avvertendo la morbosità dei suoi approcci, mi ci volle del tempo prima di confidarmi con una giovane vicina di casa che ovviamente informò i miei genitori.
Tuttavia, prima che loro prendessero dei provvedimenti, io stessa avevo cercato di dribblare le sue affettuosità, intuendone l’anormalità. 

♦️Il sogno mai sognato: malinconia di un'epoca

Ora che sono alle soglie della vecchiaia quella canzone mi sembra ancora più melanconica di prima: mi riporta alla prima casa, al giradischi, alla stufetta a gas e ai tanti giochi di bambina. 
Rivedo la mamma in una delle sue vestagliette fiorate, il sorriso sornione di papà e la faccia precocemente rugosa del nonno, appena cinquantunenne. «Adieu, adieu, adieu, addio al mondo, ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato». Così si chiudeva la canzone lasciando in me uno struggimento indecifrabile.
uomo anziano che ripara un vecchio scarpone

♦️Lo Scarpone del papà: una colonna sonora quotidiana

Se questi versi nostalgici avevano segnato i primi anni della mia infanzia, la canzone “Vecchio scarpone” aveva invece fatto da colonna sonora della vita del mio amato papà.
«Vecchio scarpone/ Quanto tempo è passato/ Quanti ricordi fai rivivere tu/ Quante canzoni/ Sul tuo passo ho cantato/ Che non scordo più.» Molte volte avevo sentito mio padre canticchiare questo brano. La cosa buffa è che lui cercava sempre di intonare alcuni versi ma smetteva subito perché non si ricordava il testo.
Per me bambina questa canzone aveva un titolo buffo e francamente assurdo.  Come si poteva dedicare un pezzo musicale ad uno scarpone, per di più vecchio? Qualcosa di brutto e inutile, dato che oltretutto una scarpa sola non serviva a niente. 
«Carmen, come fa la canzone, te la ricordi, sì, quella di Gino Latilla.» diceva spesso papà in cerca di aiuto. La mamma lo stroncava seccata perché nemmeno a lei venivano in mente le parole. Ero sicura che non aveva mai gradito quel brano: forse preferiva musiche con testi più romantici o più moderni, come quelli di Fred Buscaglione. 
«Eri piccola, piccola, così», cantava l’uomo con voce roca e virile. A me quelle parole piacevano e spesso le cantavo improvvisando un balletto che divertiva i miei.
Papà non era molto intonato e aveva una voce piuttosto bassa quando provava a cantare. Io e la mamma ridevamo divertite ma lui non si scomponeva. Il vecchio scarpone forse gli evocava i primi mesi a Genova quando, appena diciannove, si avventurava nelle sale da ballo. 
A detta della mamma papà era goffo e le pestava sempre i piedi. Una volta sposati, avevano smesso di frequentare le balere, anche perché lei era spesso malata. Tuttavia entrambi amavano ascoltare la musica da ballo, soprattutto i tanghi e le mazurche; in particolare le note de “La Cumparsita” avevano il potere di cancellare dal viso della mamma la perenne ombra di tristezza ed io me ne rallegravo.

♦️La scia luminosa di un cuore grande

In vecchiaia papà aveva smesso di canticchiare anche quando riparava le scarpe. Negli ultimi mesi della sua esistenza tirava fuori i suoi attrezzi ad orari impossibili, a volte addirittura a mezzanotte e cominciava a battere i chiodini per fissare le suole, incurante o meglio, inconsapevole dell’ora tarda. 
La mamma era troppo intorpidita per sgridarlo, così lui continuava per un po’. Notte e giorno, presto e tardi, mattina e sera, erano per lui parametri temporali senza significato: viveva sospeso nel suo mondo, scandito soltanto dai brontolii dello stomaco al momento dei pasti.
Papà era diventato un vecchio scarpone, scassato ma tanto prezioso. Lo capii quando se ne andò un piovoso venerdì di novembre. «Vecchio scarpone/ Come un tempo lontano/ In mezzo al fango/ Con la pioggia o col sol/ Forse sapresti/ Se volesse il destino/ Camminare ancor.»
Papà indomabile, buono e caparbio, generoso e allegro, che m’illudevo non cedesse mai. Papà stordito ma mai inutile. Come la striscia della lumaca, lasci in me una scia luminosa che non avrà mai fine, tu vecchio scarpone dal cuore grande.

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