La sapienza potrebbe tornare a guidare
le nostre azioni. Parola di Blaise Pascal e Jean Paul Sartre.
di Paolo Brondi
C’è una sapienza che esce per le strade, parla dalle
vie, dai crocicchi, dalle porte agli ingressi della città, dalle soglie degli usci;
ci orienta e ci spinge ad interpretare i
segni muti, sedimentati negli oggetti, nascosti nelle pieghe del tempo passato,
celati nei capitelli, nei rosoni, nelle bifore, nelle nostre piccole o grandi
rughe, dando loro voce e storia e affettività.
Ma oggi sembra prendere sempre più campo la sapienza
pessimistica che, mentre coglie le smagliature dell’esserci, anche non permette
di valorizzare la quotidianità facendoci scivolare nella cristallizzazione dei
rapporti con le cose, con le persone, o nell’abitudine che infine non ci fa più
“vedere” cose e persone.
E’ il dominio del rumore e della chiacchera che muta la “visione del mondo” non lo
rende il “migliore dei mondi possibili ” ed accresce il quoziente di noia e
tristezza verso il presente, come già inteso da Blaise Pascal “il presente,
d’ordinario, ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge;
e, se ci diletta, ci duole di vederlo fuggire. Il presente non è mai il nostro
fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro
fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere e, preparandoci sempre ad esser
felici, è inevitabile che non siamo mai tali ” (B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1967).
Da qui l’urgenza di riprendere a salire i gradini del vivere e le scelte del pensiero e dell’azione con la consapevolezza che “l’uomo è costantemente fuori di se stesso; solo proiettandosi e perdendosi fuori di sé egli fa esistere l’uomo … e solo perseguendo fini trascendenti egli può esistere” (J.P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Milano, Mursia 1963).
Da qui l’urgenza di riprendere a salire i gradini del vivere e le scelte del pensiero e dell’azione con la consapevolezza che “l’uomo è costantemente fuori di se stesso; solo proiettandosi e perdendosi fuori di sé egli fa esistere l’uomo … e solo perseguendo fini trascendenti egli può esistere” (J.P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Milano, Mursia 1963).

Mi sembra ci siano due valenze in queste riflessioni : la prima riguarda la condizione umana in se stessa, il dover vivere in una dimensione inaffarrabile, il tempo presente, che implica una perenne sospensione tra il non più e il non ancora, e alla quale forse si può dare un senso, come dice Sartre, solo attraverso la progettualità, la proiezione in un futuro nel quale si possa, in qualche modo e in qualche misura,prendere possesso della propria vita.
RispondiEliminaLa seconda riguarda specificamente la condizione dell'uomo d'oggi. minacciato nella propria stessa identità dal frastornante bombardamento di immagini, suoni, messaggi cui è sottoposto dai media, e che dunque dovrebbe riscoprire il silenzio, i muti messaggi che ci arrivano dal passato -- un vecchio portone, un capitello antico -- o dal mondo della natura.
Prof. Francesco Gozzi