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Alessia (il rimuginare)

Pensieri, di A. Cortellessa
di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) Racconti dedicati alle emozioni. Possono durare un attimo soltanto, oppure radicarsi nell’animo, diventando altro: sentimenti profondi, idee radicate, propositi costanti. Ma, prima, quegli stati d’animo rimangono in un limbo incerto in cui tutto è ancora possibile, e molte le strade che possono essere intraprese.
Si crea una condizione simbiotica con quelle sensazioni, si rimane in balia di esse senza riuscire ad uscirne. Impossibile risolversi una volta per tutte. Si è invischiati nei pensieri di momenti passati. E’ allora che la mente compie un percorso logorante: una sorta di andirivieni tra ciò che era giusto fare e ciò che non lo era. Ripensamenti mescolati a conferme. Identificazione con i momenti vissuti. Ricostruzione di percezioni quasi scolorite nella mente ma non ancora risolte e definite.
Si guarda il giardino davanti casa; varrebbe la pena lasciarlo così com’è dopo il lavoro fatto, in fondo si è riflettuto abbastanza, si è soppesato il pro e il contro, almeno questo è il quadro che intravediamo; ci sarà poi il futuro, verrà un momento diverso per rimetterci le mani e magari cambiare tutto. Mettere un punto sarebbe saggio e forse giusto, ma è così difficile accettarlo, il presente è ancora attraversato da incertezze e dubbi.
Dopo “Sabrina”, dedicato all’invidia, Ilaria sulla rabbia, Rosa incentrato sulla malinconia, e Giacomo sul senso di colpa, Maurizio, sul “rimpianto”, ecco “il rimuginare”.

Il pensiero insegue, non lascia andare, l’auto è ferma, riparte, arranca un po’, si ferma di nuovo, la clessidra e i giorni, tempo sprecato, tempo andato, biglietti da visita buttati, quelli degli altri, biglietto da visita il proprio che presenta l’apparenza: ma il volto parla, e parla il corpo, e parla la voce avvilita. E’ il fermarsi su un pensiero, una convinzione, il tormentarsi. Il rimuginare, mentre tutto appare senza via d’uscita.

Io non vorrei guardare indietro. Io vorrei governare la mia mente e impedirle di andare in posti dove non deve andare. Io vorrei alzarmi la mattina e dire “oggi voglio che sia una bella giornata”, lo vorrei, con tutte le mie forze. Ci ho provato, qualche volta, quasi inseguendo i consigli di quelle riviste femminili che tengono compagnia alle donne, dando anche consigli giusti, per carità, e che sembrano spesso illuminanti, e se applicati risolverebbero non poco la vita.
Ma la mia è una storia diversa. Io ho un passato. Ho anni di violenze sulle spalle, violenze psicologiche. Mio marito non mi ha mai toccato, non ha mai alzato le mani. Questo no, almeno. Ma mi ha fatto sentire una nullità per tutta la durata del matrimonio. Diciotto anni sono tanti, e due figli dovrebbero avere cementato l’unione: no, non è andata così. Mio marito è quello che vuole comandare, che considera essere padre avere qualcuno di cui decidere la vita, e i risultati li vedo ora, i miei figli sono introversi, insicuri, temono il padre. Io sono l’altra vittima, oltre a loro. Io taccio, abbasso la testa, rimugino.
Mi chiedo perché durante i fidanzamenti non si conosce niente dell’uomo che si vuole sposare, perché non si colgono le sfumature che sono ombre, uno scatto d’ira, una voce troppo alta, il fatto che il suo essere una guida sicura, quello che ti dice cosa devi fare, sempre, possa essere un sintomo pericoloso. Un domani diventa voglia di controllo su tutti quelli che gli sono accanto.
Mi chiedo chi me l’ha fatto fare di restargli accanto, in questi anni. I figli da crescere, io non voglio tornare da sconfitta da mio padre e mia madre, lui sembra gentile con loro, lui sembra un uomo tutto d’un pezzo, serio, un bravo marito. E invece nessuno sa, solo qualche vicino può intuire dalle urla che si sentono ogni tanto, le sue urla, che è un uomo violento, che usa le parole, gli sguardi sarcastici, il tono della voce per dirmi che sono una buona a nulla, che la minestra fa schifo, che non gli ho ancora stirato le camicie, che il frigo è vuoto e io non ho fatto la spesa. Io, io, io. Mi alzo prima delle sei, ho due ragazzi da accudire, mille cose da fare, e il lavoro, che non è leggero, e devo anche seguire i miei genitori, che non stanno sempre bene. Io, io, io.
Se tornassi indietro, se potessi riavvolgere il nastro, no, non ci sarebbe quel giorno, quello che credevo il gran giorno, io con l’abito bianco, la cerimonia, lo amo, sono felice, sarà una bella vita assieme, e invece il mostro era lì, pochi giorni dopo, una battuta cattiva, e poi il primo figlio e poi sono diventata grassa ai suoi occhi, non li hai ancora persi i chili, sono brutta, sto diventando brutta, e poi lo sguardo al ristorante, il suo, verso due che sono lì, al tavolo accanto al nostro, lo sguardo di uno attratto… E io sono lì, sono niente, mai un fiore, mai una carezza, mai una risata, mai un pensiero veramente gentile. Ma quando c’è gente si controlla, appare un altro, è un bravo uomo, dove lo trovi uno così, mi ha detto mia madre un giorno quando ho provato a dirle qualcosa, a parlare di separazione… Ho dei grilli per la testa, ho delle colpe e l’uomo è l’uomo, si sa che la gestione della casa spetta alla donna e se lui si lamenta magari ne ha i motivi…
Silenzio, solitudine, a chi lo dico… Ad un’amica l’ho detto, quanto mi feriscono le sue parole a volte, i suoi attacchi, e questa l’ho sentita distante, forse l’avrà detto in giro, chissà… non una parola giusta, non farlo innervosire, ha detto, bella frase questa…
Io penso, penso, penso a quando avevo vent’anni e altri ragazzi che mi giravano attorno, e mi sono soffermata su di lui, cos’aveva lui di speciale… Cercavo un approdo, un uomo forte, che mi guidasse… io ho avuto un padre debole, una madre autoritaria, ecco, dobbiamo credere che cercavo la figura forte che non ho avuto, che mi risolvesse la vita…
Le piante sul balcone vanno tenute vicine, crescono meglio, ho letto, sembra abbiano una sensibilità le piante. Le forme di vita hanno bisogno di calore per crescere meglio. Ci sarà anche per me un po’ di calore, un giorno?

Commenti

  1. No, non ci sarà una carezza consolatrice, a meno che non sia tu stessa a regalartela imparando, come già fai, a "rimuginare", non per piangerti addosso, ma per dire: Basta, anche mediante questa Tranche de vie, che magari è solo immagine semplificata di rovelli di vita molto più complessi di così, dentro i quali non hai semplicemente reclinato il capo, ne sono certa. O forse dentro questo specchio letterario hai visto agitarsi mortificata una nostra sorella ...

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