Passa ai contenuti principali

La solitudine di Papa Francesco

Le immagini di papa Francesco nella Roma deserta per il coronavirus appartengono ad un'epoca impaurita dal contagio. Eppure la presenza solitaria del papa ricorda che ci sono molti modi per essere vicini, e che c’è una distanza che esprime solidarietà e partecipazione

(ap) Papa Francesco, solo nella grande piazza di San Pietro a Roma, svuotata dal virus. Un’immagine piena di suggestione, che racchiude i significati più sconvolgenti di questa epidemia. Il pericolo del contagio, la necessità della lontananza fisica per sfuggire alla contaminazione, e provare così a venirne a capo. Un colpo d’occhio sorprendente, che il 27 marzo arriva nelle nostre case, attraverso lo schermo, e che rimane a lungo nella mente.


Lui era lì, in piedi sul palco a impartire la benedizione, a invocare il Signore che non ci lasci soli nella tempesta. Come se fosse davvero presente la gente, come se stesse rivolgendosi proprio a persone fisiche a poca distanza, guardandole negli occhi. Ma c’era solo un operatore della tv a riprendere la scena, a renderla persino struggente e malinconica in un’epoca di continua mescolanza di popoli.

Più lontano, oltre il margine del colonnato di San Pietro, che segna i confini del piccolo Stato e ora il divieto di avvicinamento a causa del virus, i lampeggianti della polizia. Tutti erano a casa, nessuno poteva avvicinarsi. Ancora più inquietante, nel buio silenzioso, la notte romana di inizio primavera. Nessuno è potuto entrare, ascoltare da vicino quelle parole di incoraggiamento e conforto.

Scena surreale, un uomo che parla accoratamente e però si rivolge al vuoto, al niente, perché la piazza che siamo abituati a vedere ricolma di gente attenta e festante, ora è desolata e silenziosa. Nessun rumore: vociare delle persone, traffico. Solo le gocce di una leggera pioggerellina di marzo, il crepitio di qualche braciere acceso a fare compagnia all’uomo anziano al centro della scena.

La prima volta nella storia della chiesa doveva accadere per questa epidemia da Covid, non per una guerra, un bombardamento, un assalto armato. Né per difetto di persone interessate, desiderose di ascoltare quelle parole: una mancanza di fedeli.
Si è concretizzato in quello spazio il paradosso di un uomo che sa dire parole di speranza, e di gente che vorrebbe venire a ascoltarle, per trovarvi conforto, ma è impedita a farlo. Un cortocircuito che rispecchia l’abnormità del coronavirus, lo sconvolgimento delle abitudini di vita. Nessun contatto tra le persone, nessun dialogo diretto e personale, tutti alla larga, lontani, la distanza è ciò che ci salverà. Forse.

Un messaggio di separazione umana che si replica ovunque nelle città, nei luoghi di lavoro, in quelli di divertimento; dunque anche e soprattutto in quella piazza, che diventa così simbolo tragico e allarmante di questa epoca, dei pericoli che stiamo attraversando.

Il papa che viene dalla strada, “pastore con l’odore delle pecore”, immagine di una Chiesa rivolta verso l’esterno, non poteva mancare di essere presente proprio nei luoghi dove si svolge la vita. Sono qui, tra voi, tra chi ha paura e chi continua a sperare. Lo aveva già fatto, in modo emblematico, il 15 marzo scorso sempre a Roma: il papa percorse un tratto di via del Corso a piedi e da solo.

Era un pellegrinaggio tra le chiese che custodiscono l’icona bizantina della Madonna e il crocifisso che aveva accanto a San Pietro, per manifestare il suo essere vicino alla città e a tutti coloro che patiscono in questo momento. Un gesto emblematico di solidarietà, in totale solitudine. Senza la folla a stringersi intorno, a implorare una stretta di mano.

Eppure, quella di papa Francesco è insieme una sfida ed un messaggio. Un segno, nel frastuono della vita. Avevamo bisogno del coronavirus per dirci che dovremmo spenderci nella solidarietà, specie davanti al dolore e alla sofferenza? Che è importante selezionare le cose dell’esistenza, scoprire il confine sottile tra l’inutile e il necessario? Dare una risposta collettiva ai problemi? La solitudine della parola sta lì, nella piazza vuota e nelle strade deserte, a rammentarci che si può essere vicini in tanti modi, e di alcuni può riuscire difficile percepire l’utilità.

Infatti, sembra privo di senso parlare nel buio della notte e nel silenzio dei luoghi deserti. Specie in quest’epoca che misura continuamente il consenso, che è in cerca di plauso, che mira a suscitare abbagli. Ma sarebbe sbagliato pensare che la gente non ci fosse per nulla a San Pietro o in via del Corso. Che quell’uomo predicasse davvero al vento, in angosciante e inutile solitudine.

Era chiusa nelle proprie case, per convinzione, oltre che per ordine delle autorità, per difendere sé stessa ma anche gli altri. Mossa non da intenti asociali, ma al contrario dalla riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Dunque affatto lontana dai luoghi, piazze o strade, in cui il papa era presente. C’è una lontananza, che è segno di amore e di partecipazione.

Commenti

Post popolari in questo blog

La ciabatta sepolta e l'inquilino fantasma: un’estate a Genova 🩴 ⛱️ 🚣‍♀️

(Introduzione a Daniela Barone). Il trasloco in un nuovo quartiere, un nonno dai capelli di neve che domina i campi di bocce e una notte movimentata da un ospite inatteso. In questo racconto, l’autrice ci riporta nell'Italia dei "musicarelli" e delle estati nel quartiere San Giuliano di Genova, dove i piccoli dispetti infantili diventano i ricordi più nitidi di un mondo che non c'è più. (Daniela Barone) ▪️ 🟢  Il trauma del quarto piano Era estate e ci eravamo appena trasferiti dalla casa popolare di Via Montanari a quella situata al quarto piano in Via Paolo della Cella. Pur trattandosi dello stesso quartiere, il cambiamento fu per tutti noi piuttosto traumatico. Il nuovo alloggio si trovava infatti in uno stabile che dava su una via rumorosa e trafficata.  Per di più non c’era neppure un poggiolino ove porre dei vasi di fiori e stendere comodamente il bucato. La mamma usava una lunga carrucola per appendere i panni sulla corda e ogni volta aveva il timore di cadere ...

Madre Arrighi: Il velo tolto e la danza segreta ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta degli anni di collegio? Spesso le sensazioni: il fruscio di una tunica, l'odore di un giardino o un sorriso che sapeva di libertà. In questo racconto, la memoria torna all’Istituto del Sacro Cuore di Castelletto, a Genova, per ritrovare il volto di Madre Arrighi, una figura che ha saputo trasformare il rigore della clausura nella leggerezza di una danza. (Daniela Barone) ▪️ Un sorriso tra le tuniche nere La suora che prediligevo nel maestoso Istituto liberty del Sacro Cuore che frequentai per cinque anni si chiamava Madre Arrighi. Non so quale fosse il suo nome di battesimo. Per tutte le piccole e grandi allieve del collegio lei era Madre Arrighi e basta. Com’era diversa dalle sue consorelle! Pur indossando la medesima tunica nera, si distingueva per il marcato accento emiliano, i lineamenti perfetti e la dentatura candida ma soprattutto per il sorriso disarmante. Nulla le faceva mai corrugare la fronte. Madre Arrighi era il ritratto dell...

Votare è un diritto, capire le conseguenze del proprio voto è un dovere verso la Costituzione ✍️ 🗳️

(a.p.). Il 22 e 23 marzo non saremo chiamati solo a barrare una casella, ma a decidere se e come modificare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un tema così denso merita uno spazio di riflessione laica, tecnica e civile. Per questo abbiamo deciso di confrontarci apertamente, analizzando le implicazioni reali di questa riforma sulla vita dei cittadini e sull'indipendenza della magistratura. Un'occasione per trasformare il dubbio in opinione consapevole. Vi aspettiamo. Ne parliamo a Pisa, in un luogo di ascolto e dialogo: • Dove: Chiesa Valdese di Pisa, Via Derna 13. • Quando: Lunedì 16 marzo, ore 18:30. • Con chi: L’Avv. Eunice Ng Pak e il Dott. Angelo Perrone (Giurista, già magistrato). ❇️ Postilla Letture per arrivare preparati all’incontro ℹ️ Riforma costituzionale: i 4 punti critici per i cittadini 📦  ℹ️ Referendum: la delega in bianco e il “salto nel buio” 🤸‍♂️

Innamoratevi! La lezione di poesia e amore di Roberto Benigni

(a.p. – Introduzione) ▪️ Attilio De Giovanni è lo stralunato docente di letteratura italiana, impersonato da Roberto Benigni, che in una celebre sequenza del film La tigre e la neve (2005) si lancia, davanti a una platea di alunni, in un sorprendente elogio della poesia, dell’amore e del coraggio. Con immagini visionarie e intuizioni comiche, il docente cerca di trasmettere ai ragazzi la sua passione per l'arte e per la gioia di vivere. Una passione umana destinata a rimanere nella dimensione dell’impossibile e incrociare una cocente delusione? Nulla è impossibile. Per questo motivo, l'intervento di Benigni che segue non è solo un omaggio alla poesia, ma un vero progetto di vita e il contesto essenziale per comprendere a fondo la bellezza e la forza del testo tratto dal film. Roberto Benigni: «Innamoratevi!» (Roberto Benigni – Testo) ▪️ «Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate. Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un...

Non solo fantasmi

La stenotipia e il processo: la storia delle persone che sono coinvolte in una lotta per la dignità di un servizio pubblico di Catia Bianchi Ciao. Sì, sono la stenotipista di tribunale , e sono anche l’ anonima stenotipista , che ha scritto post e commenti su questo blog e in rete. Sono quel che definiscono una “toscanaccia”, e vivo in un paesello toscano "fra i lupi" (ma forse è solo invidia per l'aria fresca che qui tira nonostante le temperature bollenti di oggi). Di lavoro, appunto, sono stenotipista presso il tribunale di Pisa dal 1993.