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Medico e paziente

Generazioni a confronto


di Mara Menichetti

Facile per noi che non indossiamo il bianco, che ci sediamo dall'altra parte della scrivania, quella dove ci sono sempre 2 sedie. Facile sparlare della calligrafia a gallina, dello sfigmomanometro che si gonfia troppo, della visita che non visita, del colpo di tosse troppo corto o della fila troppo lunga.
Proviamoci noi a spiegare a nonno Osvaldo di 96 anni come si attiva il fascicolo elettronico, a convincere l'azdora Orietta che il ragù che mette su ogni domenica mattina sta facendo apparire nelle arterie del marito del vero e proprio cotto di Montecchio, a dire alla badante polacca che non parla italiano che la supposta a nonna non la deve far prendere con l'acqua. Facile.
Loro sono da sempre in prima linea. Loro che si dividono in 3 categorie: la prima, quella dell'esame a richiesta, della pasticca del rappresentante a portata di armadietto, del “tu chiedi ed io ti prescrivo tutto quello che vuoi”; la seconda, quella del terrorismo psicologico, che se vai in ambulatorio per un prurito ad un dito esci con la richiesta di una sfilza di analisi da doverti mangiare il cancello di casa per riprendere il ferro; ed infine la terza, quella del “quando sarai trapassato faremo una TAC”, perché prima che ti prescriva qualunque cosa devi passare sul suo cadavere.
Ma per anni e anni resistono, attaccati alla sedia come i politici alla poltrona. Dallo stesso medico di base passano generazioni: nonni, figli, nipoti. Loro non invecchiano mai. Al massimo qualche capello bianco. Ecco, il bianco. Stai a vedere che è questo il loro segreto. Il camice.

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