Passa ai contenuti principali

🌟 Zuradili, il diario di Maddalena. Una storia sarda che emerge tra le macerie

Foto di un rudere nell'erba.
(Introduzione a Vespina Fortuna). Questo racconto nasce da una storia vera e documentata che affonda le radici nella Sardegna del 1600: la vicenda del villaggio di Zuradili, spazzato via da un'epidemia di malaria e mai più esistito. L'autrice, Vestina Fortuna, ha dato vita a queste rovine.
La storia, si sa, parla solo a chi è disposto ad ascoltarla. E Vestina Fortuna ha trovato un modo straordinario per dare una voce a quei silenzi: il diario segreto di Maddalena, ritrovato tra le pietre antiche, è il veicolo che ci trasporta direttamente nelle ansie e nei sogni di un'epoca drammatica. Lasciatevi coinvolgere dal mistero del ritrovamento e dalle pagine di Maddalena. La sua voce dal passato vi aspetta, in un racconto che unisce cronaca, emozione e l'incanto del manoscritto ritrovato.
Vecchio quaderno con la copertina nera.

🗿 Tra le pietre antiche di Zuradili

(Vespina Fortuna - RACCONTO) ▪️ Qualche anno fa, in Sardegna, mi recai ai piedi del Monte Arci, dove un tempo sorgeva un piccolo villaggio chiamato Zuradili, di cui si hanno notizie certe dai documenti della Curia di Oristano. Intorno all’anno 1656 Zuradili contava circa 700 abitanti, come risulta dal calcolo delle tasse pagate in quel periodo, ma un’epidemia di febbre malarica ne uccise 70. Poiché ogni tentativo di bloccare la malattia fallì, il sindaco chiese ed ottenne dal viceré dell’isola, l’autorizzazione a trasferire i superstiti di Zuradili nella vicina borgata di Marrubiu.
Camminando fra gli antichi resti di quella cittadina fantasma, fatta di pietre e ruderi ricoperti di erbacce e sterpi, inciampai su un sasso. Avevo scarpe di tela leggera e il dolore mi obbligò a chinarmi per massaggiarmi il piede. Cercai di capire quale fosse stata la pietra che mi avesse ferito, come se scoprendo la colpevole potessi star meglio e mi accorsi che, sbattendo, l’avevo sollevata e adesso dondolava.
Per evitare che anche altri incorressero nel mio stesso problema, la estrassi completamente dal terreno e scoprii che sotto non c’era terra, ma una tavola di legno ormai fradicia. Mi guardai intorno e, trovato un sasso appuntito, scavai finché non venne via, spezzandosi in più parti. Ben presto mi accorsi che non si trattava di una semplice asse, bensì di un contenitore di legno che a sua volta proteggeva un altro contenitore di latta.
All’interno c’era un quaderno con la foderina nera e le pagine ingiallite, appiccicate dall’umidità. Qualcuno aveva voluto raccontare la sua storia e donarla a chi l’avesse trovata. La fortunata ero stata io e per niente al mondo mi sarei sognata di lasciarla là. Presi il quaderno fra le mani come si tiene il tesoro più prezioso al mondo, lo infilai nello zaino e tornai a casa. Lasciai che si asciugasse e, con una pazienza infinita che non so dove abbia preso, iniziai a trascrivere quel che di buono era rimasto. Non era un semplice quaderno, era un diario, il diario segreto di Maddalena.

📓 Il diario di Maddalena

Pagina interna di un quaderno con una calligrafia antica.

• I sogni infranti e l'accanimento di Dio

Zuradili, 16 agosto 1659
Io qui ci sono nata e ci vorrei restare fino a vedere i miei figli crescere e con loro, i figli dei miei figli. Io qui ci vorrei restare anche dopo, nel nostro piccolo cimitero, vicino a mia nonna, mio fratello e mio padre, ma le cose si mettono male. Pare che Dio si sia accanito su Zuradili, questo minuscolo villaggio sconosciuto al resto del mondo. Un buco di posto che conta a malapena settecento anime, povera gente, perlopiù pastori, agricoltori e carbonai. Qui non ci sono briganti né cattive persone, perché Deu meu l’hai presa con noialtri?

• La lettera del prete: l'ordine di partire

Zuradili, 2 settembre 1659
Gira voce che la malattia che ha colpito le prime case, ai piedi del monte Arci, non sia semplice febbre, ma qualcosa di più grave. Si teme un’epidemia, è per questo che vogliono farci fare fagotto e lasciare case e ricordi. Ma come possiamo andarcene da qua? Qui siamo nati. In questo posto ci siamo figurati il futuro e qui abbiamo terra e lavoro. Don Michele, il prete, che sa leggere bene e spedito, l’ha detto chiaramente: “Prepariamoci a partire, questa lettera parla chiaro, dobbiamo allontanarci alla svelta”. Oh, poveri noi! Pare che ci sfollino a Marrubiu.
Zuradili, 10 ottobre 1659
Ormai è certo. Gli ammalati sono una settantina, non si può aspettare oltre. Oggi si preparano carri e bagagli e si ricomincia l’esistenza a Marrubiu.

• Marrubiu: la terra brutta e gli spettri dei briganti

Marrubiu, 22 ottobre 1659
Questo posto è brutto, sporco e infestato dai banditi. Il viceré ha ordinato di bruciare il bosco di S. Anna, dove si rifugiano i briganti per stanarli e magari bruciarli vivi. Mi faccio il segno della croce e mi pizzico il braccio con la speranza di sapere che sia solo un brutto sogno e che questo inferno, al mio risveglio, finisca.

Marrubiu, 20 luglio 1660
carri trainati da buoi nella campagna piena d'acqua.
E’ passato quasi un anno, ma Dio non si è dimenticato ancora di noi. Adesso che i briganti se ne sono andati, che la febbre contagiosa è rimasta a Zuradili e che finalmente cominciavamo a stare un po’ tranquilli, sono arrivate le cavallette a tormentarci. Il comune ha detto che non dovremo pagare le tasse per due anni, che ricompenseranno con una lira chi raccoglie un cantaro di cavallette e le porta per sotterrarle in una grande fossa costruita proprio per loro.

Marrubiu, 1° agosto 1660
Qui a Marrubiu non siamo benvisti noi di Zuradili, dicono che siamo maledetti da Dio e non portiamo che miseria e flagelli. Ma che colpa ne abbiamo noi? Se non piove, arrivano le malattie e le cavallette, si sa. Lo dice pure Don Michele, che ha studiato nelle scuole dei preti e conosce pure il latino e la medicina. Ma vallo a spiegare a questi ignoranti. Si stava tanto bene a Zuradili, se solo Dio non ci avesse mandato la febbre malarica.

• Nemmeno all'anagrafe: la scomparsa di Zuradili

Marrubiu 17 novembre 1660
Dopo tanto tempo, ancora non me lo levo dalla mente che ho cambiato paese. Ieri è nato mio fratello Tore e quando sono andata al comune a dichiarare la sua nascita, ho detto che era nato a Zuradili. L’impiegato mi ha guardata un po’ di traverso, si vede che pure lui pensa che siamo maledetti e, senza domandarmi altro ha scritto “nato a Marrubiu”. Povero Tore, nato a Marrubiu, nemmeno all’anagrafe sarà di Zuradili!

• Un posto che esiste solo nella fantasia

Marrubiu, 2 novembre 1673
Ieri sono tornata a Zuradili. Ho portato mio figlio e mio marito a mostrare dove sono nata. Non c’è più Zuradili. Ci sono solo rovine e case abbandonate coi tetti sfondati e finestre dai vetri rotti. Mio marito mi ha stretto a sé vedendo una lacrima che mi scendeva sul viso, il piccolo Marieddu, invece, si è divertito a correre su quelle macerie che mi facevano sanguinare il cuore. Siamo tornati indietro mesti, ma non abbiamo detto a nessuno dove eravamo stati, per non intristire anche gli altri.
Quando mi sono coricata e sono rimasta finalmente sola coi miei pensieri e gli occhi chiusi, ho ripensato al mio paese com’era, ma il ricordo si è confuso con le case diroccate di adesso. Sono nata a Zuradili, un paese che non esiste più, che non è più segnato neanche nelle carte geografiche. Un giorno lo racconterò a Marieddu, gli racconterò che sua madre è nata in un posto che esiste solo nella fantasia, come quello delle fate. Sì, questo gli dirò, che lui è figlio della fata di Zuradili e che se vorrà vedere quel posto incantato potrà farlo solo chiudendo gli occhi e sognandolo.

Commenti

  1. Complimenti, molto bello il racconto e molto bella la scelta delle immagini che lo supportano.
    Lorenzo

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

🖋️ Felicità senza limiti: Hemingway e la nostalgia della Parigi anni '20

(Introduzione a Marina Zinzani). Può una sola frase racchiudere il peso delle relazioni umane e il desiderio di libertà? Attraverso le pagine di "Festa mobile", Marina Zinzani ci conduce tra i bistrot di una Parigi perduta, dove la creatività cercava spazio tra i limiti imposti dal mondo e dagli altri. (Marina Zinzani) ▪️ La Parigi di "Festa mobile" “Quando giungeva la primavera, anche la falsa primavera, non restava che da risolvere il problema del posto in cui sentirsi più felici. L’unica cosa che poteva rovinare una giornata era la gente e se riuscivi a evitare di prendere impegni, non c’era giorno che avesse limiti. Era sempre la gente a limitare la felicità, tolti i pochissimi buoni proprio come la primavera.” (Ernest Hemingway, “Festa mobile”). “Era sempre la gente a limitare la felicità.” È la Parigi degli anni Venti di cui Hemingway parla, quella che lui ricorda con struggente nostalgia. Si può immaginare un mondo a sé, affascinante e privilegiato, appuntame...

La dolcezza di una madre, nella musica di Rachmaninov

( Marina Zinzani - Commento a  “Piano concerto n. 2 – Rachmaninov”) .  C’è tanta dolcezza nello sguardo di una madre quando pettina sua figlia quando ripone i suoi quaderni quando non apre il suo diario e c’è ansia continua, sotterranea il mondo di fuori  quello che si sente dire e c’è confidenza segreta felicità quando la figlia arriva e riempie la casa con le sue parole la dolcezza di una madre è come un mare d’estate al mattino pieno di buone cose a venire la promessa di una vita piena appagante in cui non si è mai più soli.

La buona Giustizia. Persone, carta riciclata e dedizione: il volto umano che parla al presente 👨‍🎓 👩‍🏫 🧑‍✈️ 🙎‍♀️

(Introduzione ad a.p. con un post-scriptum). Esistono testi che il tempo non consuma, ma rivela. Questo racconto è stato scritto tempo fa. Parla di una sezione distaccata di Tribunale, di faldoni, di carta riciclata a mano e di silenzi operosi. Non leggetelo come un reperto archeologico. Oggi, mentre il dibattito pubblico si arena su tecnicismi referendari e grandi riforme sistemiche, questo "busto dell'antenato" esce dal sotterraneo per parlarci di ciò che stiamo perdendo: la prossimità. Riproporlo oggi non è un esercizio di memoria, ma un monito. È la prova che la "buona giustizia" non abita solo nei grandi palazzi, ma nel senso di appartenenza di chi considera l'ufficio "cosa propria". In un momento in cui tutto sembra diventare astratto, torniamo a dove la giustizia era, semplicemente, un fatto umano. 🔵🔵🔵 Lavorando in una sezione distaccata di Tribunale: la giustizia decentrata (a.p.). Pochi passi separano, ai due lati estremi del corridoio ...

Dal magistrato al super-poliziotto: il rischio di un’accusa senza cultura del dubbio 👮 ⛓️‍💥

  (Introduzione ad a.p.). Cosa cerchiamo in un Pubblico Ministero? Un funzionario che vuole "vincere" la causa a ogni costo o un magistrato che cerca la verità, anche quando questa scagiona l’imputato? La separazione delle carriere non è solo una questione di uffici diversi, ma di teste diverse. Se recidiamo il legame tra chi accusa e chi giudica, rischiamo di trovarci davanti a un potere d'indagine sempre più simile a quello politico e sempre meno attento alle garanzie del singolo cittadino. (a.p.) ▪️ 🔸 Il declino della cultura del dubbio Separare nettamente le carriere e gli organi di governo significa recidere il legame deontologico tra giudice e PM. Se il Pubblico Ministero smette di respirare la stessa "cultura del dubbio" che caratterizza il magistrato giudicante, il cittadino perde la sua prima linea di difesa. Isolare i PM in un corpo separato li spingerà inevitabilmente verso una logica puramente investigativa e accusatoria, perdendo quella sensibilità...

Il 25 aprile, ai tempi d'oggi

( Sintesi dell'intervento pubblicato su Critica liberale, 25 aprile 2024 ) ( Angelo Perrone ) Ogni volta è un momento di riflessione, da qualche tempo è diventato motivo di discussione. Persino di contestazione. Tra il compiacimento di pochi, purtroppo al potere, e lo stupore di tanti. Sono per fortuna la maggioranza: coloro che sanno e non dimenticano. Questo, ed altro, è il 25 aprile.