Passa ai contenuti principali

🐴 Le vecchine di via del Plebiscito: un mistero nella Roma di un tempo

Ricostruzione della via del Plebiscito in epoca lontana, tram nella nebbia.

(Introduzione a Vespina Fortuna). Roma è una città che non dimentica, dove i confini tra il passato e il presente si fanno sottili come la nebbia del Tevere all'alba. Ci sono angoli, come via del Plebiscito, dove la storia non è fatta solo di marmi e monumenti, ma di vite silenziose che si rifiutano di andar via. Il racconto che segue il sapore dei classici fantasmi romani; ci riporta in una Capitale lontana, fatta di carrozze e passi svelti verso l'ufficio, dove un atto di eroismo quotidiano apre una porta su un mistero senza tempo. Un caffè sospeso tra due mondi, un debito di gratitudine che sfida le leggi della logica.

Un mattino nella Roma di una volta

Un portone antico di un palazzo nella Roma d'epoca.
(Vespina Fortuna) ▪️ Quella mattina, Pietro, come tutte le altre mattine dei giorni feriali, camminava su corso Vittorio Emanuele verso il suo ufficio, in via del Plebiscito. Era primavera, c’era un bel solicello leggero e i gatti, sotto i ruderi di Largo Argentina, si leccavano via la polvere della notte e si pulivano gli occhi ancora addormentati con leggere e svogliate zampate, in attesa della caccia per la colazione. A quel tempo a Roma non c’erano né piccioni né gabbiani, almeno non così numerosi come oggi, però il cielo, ogni tanto, gli richiamava lo sguardo con un volo di rondinelle festanti.

L'incidente e l'eroico salvataggio

Pane fresco sul vassoio.
Quella mattina, Pietro era in anticipo, ma l’aria frizzantina lo induceva comunque ad un passo veloce ed energico. Superò il largo e proseguì di buona lena. Un omnibus, il vecchio tram trainato da cavalli, veniva veloce da Piazza Venezia su via del Plebiscito per raggiungere la fermata di Torre Argentina. Lo scalpiccio degli zoccoli superava il rumore delle ruote sull’acciottolato ed il brusio dei passeggeri. Una vecchina attraversava la strada per andare a comperare il pane fresco in Piazza del Gesù, richiamata dalla voce della sorella alla finestra, si voltò d’improvviso perdendo l’equilibrio.
Il conducente dell’omnibus provò a frenare i cavalli e tutti i passeggeri urlarono per lo spavento. Pietro, che da lontano aveva visto la scena, prese a correre, lanciando a terra la cartella coi documenti che si portava dietro e, preso da un momento di eroica follia, abbracciò la donna e rotolò con lei al di là della corsia del tram. Quando si rialzarono, erano entrambi escoriati e indolenziti, ma ancora sani e salvi. Molti arrivarono in soccorso, l’autista, ancora scioccato non trovava la forza per scendere, furono portati bicchieri d’acqua, seggiole per i contusi e, una donna affannata riportò a Pietro la sua cartella. Piazza del Gesù si trasformò in un luogo festoso e tutti si abbracciarono felici.

Un caffè in via del Plebiscito

vassoio di casa nobile con tazze dal caffè.
Alla fine, tutto tornò alla normalità. I passeggeri risalirono sul tram che ripartì lentamente, la vecchina chiese a Pietro di accompagnarla a comprare il pane e poi di aiutarla a salire le poche scale di casa. Quando arrivarono, l’altra sorella stava sulla porta con il naso rosso ed un fazzoletto zuppo di lacrime. Aiutò la gemella a sedersi e obbligò Pietro a prendere un caffè insieme. Non ci furono ma che potessero tenere, l’uomo fu costretto ad accettare e poi scappò in ufficio, ma con la solenne promessa di tornare ancora a trovare le due padrone di casa.

L'inquietante verità

Due anziane signore eleganti e distinte sedute vicino in atteggiamento cordiale.
Da quella volta, ogni giorno feriale, Pietro non poté fare a meno di buttare un occhio al secondo piano di via del Plebiscito per guardare la finestra delle vecchine. Passò una settimana, due, tre. Le persiane di quell’appartamento erano sempre chiuse. Un giorno, Pietro si fece coraggio ed entrò per chiedere al portiere loro notizie. “Quali vecchine?” rispose quello, alquanto stupito. “Le gemelle, le signore del secondo piano!” rispose Pietro, quasi seccato con quello che sembrava non volesse capire.
“Quelle due donne sono morte già da due anni!” Rispose l’altro dispiaciuto di dover dare una simile notizia all’uomo che forse era un parente. “Non è possibile! Come, morte? Qualche settimana fa, ho preso il caffè con loro!” Il portiere si tolse il berretto e si grattò il capo. Quell’uomo doveva essere pazzo. “Venga” gli disse e lo portò fuori dal portone. “Vede quello slargo? Proprio lì, due anni fa, una delle due sorelle fu investita da un omnibus e l’altra, che la stava guardando dalla finestra, morì per un infarto. Furono seppellite insieme, povere donne! Dunque, vede, sono certo che lei si sbagli, non è possibile che abbia preso un caffè con loro, solo qualche settimana fa. Sono morte da due anni.” Pietro si accasciò a terra, scivolando sul muro del palazzo. “Non è possibile! Non è possibile!” continuava a ripetere senza riuscire a darsi pace.

Il sigillo del mistero

Il portiere fu tentato di rientrare in guardiola e lasciarlo lì a smaltire quella sbornia mattutina, poi la pietà fu più forte. Non sembrava ubriaco ed era un uomo a posto. Ben vestito, rasato, pulito, con una cartella di cuoio stretta in mano. Preso da un momento di generosità lo invitò a seguirlo al secondo piano. L’appartamento era rimasto sfitto e lui aveva le chiavi per poterlo mostrare ad eventuali affittuari. Pietro gli andò dietro con le gambe che tremavano e la testa che ronzava. Entrarono. La casa era buia, polverosa e odorava di chiuso. Sui mobili erano state stese delle lenzuola bianche e alcune ragnatele si muovevano con la poca aria che entrava dalla porta aperta. “Vede?” chiese il portiere a Pietro.
Come un automa, Pietro rifece il percorso che ben conosceva, andò in cucina, era tutto in ordine e ben chiuso, ma sulla tavola, accanto ad un centrino all’uncinetto che proteggeva il legno da una fruttiera vuota e polverosa, c’erano tre tazzine da caffè, ancora con i fondi sporchi. Pietro pensò di chiamare il portiere per dimostrare che non si fosse sbagliato, poi rinunciò. Tornò indietro e chiese scusa per il disturbo. Scese le scale ed andò in ufficio. Scrisse questa breve storia e la mise in una busta sigillata per chiuderci dentro i fantasmi delle due vecchine di via del Plebiscito.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

La voce di Dio ai tempi del terrore

di Marina Zinzani (Commento di Angelo Perrone) (ap) È dedicato a padre Daniele Badiali, da Faenza, questo racconto. Il terrore attraversa il nostro tempo, fa strage di vite innocenti, violenta le anime di tanti, e insieme rapina il diritto ad una esistenza serena ed operosa. Non solo a Parigi e Bruxelles, ma in tante parti del mondo.  Ovunque l’uomo è barbaramente ucciso, perseguitato, umiliato od offeso. Pone interrogativi che lasciano sgomenti e rimangono senza risposte. Come è possibile? Cosa spinge l’uomo (perché anche i terroristi lo sono, nonostante tutto) al male atroce, assurdo, intollerabile, incomprensibile per la mente umana?

La prima neve di primavera: la voce di una bambina dal grembo materno

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa prova una vita prima ancora di venire alla luce? In questo racconto, la voce narrante appartiene a una bambina che osserva il mondo esterno attraverso i filtri emotivi della madre. Dal miracolo del concepimento nella notte di San Giovanni a Genova, passando per la nube scura di un lutto improvviso, fino a una nascita avvolta da un evento atmosferico straordinario. Attesa, dolore e rinascita: il legame materno supera ogni tempesta. (Daniela Barone). Un inizio invisibile Ho dovuto viaggiare per otto giorni prima di arrivare dentro il tuo grembo, mamma. Sono così piccola che nessuno può vedermi e nemmeno tu sai della mia esistenza. La notte di San Giovanni, patrono di Genova, hai pregato papà di lasciarsi finalmente andare e così mi avete concepito. Immagino gli scoppi dei fuochi d’artificio e i meravigliosi colori che non sono in grado di percepire mentre mi accoccolo un po’ smarrita in te.  Non so quanto tempo sia passato ma ora mi sento tutta s...

Ponte Morandi, 43 vite nel vuoto: la ferita di Genova e i simboli del dolore

(Introduzione a Daniela Barone e a.p. Commento). Il 14 agosto è il giorno della vigilia di Ferragosto, dei viaggi verso il mare o della spensieratezza in famiglia. Da otto anni, per chiunque abbia Genova nel cuore o nelle proprie radici, quella data evoca un rumore sordo, un vuoto improvviso e una ferita lacerante che ha cambiato per sempre la percezione della sicurezza e del destino. In questo racconto, la cronaca si intreccia con la memoria personale: il contrasto doloroso tra la bellezza incontaminata di un viaggio in terra francese e l'eco di un disastro che, rimbalzando sugli schermi dei cellulari, ha congelato il tempo, spezzato 43 vite e ridisegnato il profilo di una città intera. (Daniela Barone). Una spensierata vigilia di Ferragosto Quel martedì del 14 agosto di otto anni fa mi trovavo con la mia amica Silvana a bordo di un pullman alla volta della Francia. Nella prima tappa di questo viaggio organizzato, visitammo Aix-en-Provence e le splendide gole dell’Ardèche. Rimanem...