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Papà comunista: un sogno, e una fede perduta 🔴

Donne della metà del secolo scorso al lavoro, e sotto l'immagine del funerale di Enrico Berlinguer
(Introduzione a Daniela Barone). Alcune ferite segnano il corpo, altre l'anima. Per il padre dell’autrice, la passione politica è stata un intreccio di sogni d'oltre cortina, faticosi turni alle Feste dell'Unità e una fiducia incrollabile nei grandi leader del Novecento. Questo racconto ripercorre la sua parabola: dall’entusiasmo delle riviste patinate russe alla solitudine di un astensionismo dignitoso, passando per l’addio straziante a Enrico Berlinguer. Un uomo ha visto cambiare il mondo e il proprio cuore.

(Daniela Barone) ▪️

Sogni d’Oltre cortina e riviste patinate

Era stato Guido T., collega e vicino di casa, a convincere papà ad abbonarsi alla rivista ‘U.R.S.S.S.’ che trattava del rinnovamento sociale russo.  Lui che non leggeva mai nulla si dilettava a sfogliare le pagine del mensile e spesso commentava ammirato i titoli e le foto più significative. 
«Hai visto, Carmen? In Russia le donne fanno qualunque tipo di lavoro. Non è come da noi. Là ci sono spazzine, muratori, autiste di bus e camion.» 
La mamma continuava le faccende domestiche e di tanto in tanto dava un’occhiata alla rivista. 
«Che donnone, Nino! Lo credo che possono fare lavori tanto pesanti. Hanno un fisico da uomini, non ti pare?» 
Papà ridacchiava e le dava ragione. Per lui tutto quello che proveniva dalla Russia era meraviglioso. Si faceva raccontare spesso dal collega T. come si viveva là. Lui ci era stato un paio di volte e confermava che sì, era proprio come raccontava la rivista. Là tutti lavoravano, avevano una casa e non esistevano le ingiustizie del nostro Paese.
Quando non sapevo cosa leggere mi mettevo a sfogliare quei periodici. Li trovavo però molto noiosi e continuavo a prediligere l’Inghilterra di cui stavo apprendendo la lingua.  
Berlinguer in mezzo a una festa popolare del partito

Il rito del caffè e la "Cistite Purulenta"

A volte i miei invitavano il signor T. a prendere un caffè da noi. Era un ometto sempre di corsa, tanto diverso dalla moglie, donna silenziosa e tranquilla. Papà si divertiva a chiacchierare con lui. Accendeva la sua adorata pipa e restava affascinato ad ascoltarlo.
Spesso il collega gli chiedeva il favore di consegnare il certificato di malattia all’AMT, l’azienda di trasporti dove lavoravano. Era spesso malato ma papà non credeva ai suoi problemi di salute. Con la mamma se la ridevano di lui e si divertivano per le sue trovate. 
«Nino, vediamo cosa dice il certificato, dai.» lo incalzava la mamma ogni volta.
Papà non si faceva pregare e leggeva la diagnosi del medico. 
«Cistite purulenta. Che fenomeno quest’uomo! Guarda cosa si è inventato stavolta. Voglia di lavorare non ne ha mai avuto, eh. Però è simpatico, non trovi, Carmen?»  
La mamma aveva assunto un’espressione disgustata. Che razza di malattia schifosa. Ma le trovate di T. non smettevano di divertire lei e papà e anch’io mi facevo sempre contagiare dall’allegria che quest’ometto portava a casa nostra. 
Intarsio con rilievo Lenin nella metropolitana di Mosca

Il sacrificio alla Festa dell'Unità

La passione di papà per i Paesi comunisti si tradusse nel tempo in partecipazioni a riunioni e  attività di partito: ad esempio si offriva come scrutatore di seggio e dava una mano ad organizzare le chiassose feste dell’Unità. Portava casse di bibite a quelle sagre popolari piene di musica, allegria e frittelle di baccalà, i ‘friscieu’, come li chiamiamo a Genova.
Una volta una cassa di bottiglie scivolò dal furgoncino e lui, che stava scaricando insieme ad altri volontari, si fece male. Arrivò a casa con le mani fasciate e un’aria mesta. Spiegò alla mamma che al Pronto Soccorso gli avevano dovuto estrarre i minuscoli pezzi di vetro che si erano conficcati nelle mani.  La mamma lo aveva aggredito sin dalla porta di casa.
«Mi hai fatto stare in pensiero, cretino che non sei altro.  Tu e quelli come te del Partito. Ti sei fatto sfruttare per anni, te ne rendi conto, almeno?»  
Papà non la contraddisse quella volta. Continuava a guardarsi le mani piene di ferite mentre la mamma lo medicava e stranamente non disse niente.
Visione esterna del Cremlino

Il silenzio delle urne

Da allora papà non nutrì più lo stesso entusiasmo per i dibattici politici della TV e perse la fiducia non solo nei comunisti ma nei partiti in genere. Il cambiamento del nome PCI in PDS da parte di Occhetto lo indignò a tal punto che smise di andare a votare. Da scrutatore volontario alle elezioni, papà era diventato un astensionista convinto che non si sentiva più rappresentato. 
Non approvavo il suo punto di vista ma non ci fu verso di fargli cambiare idea.  Man mano che invecchiava e perdeva il vigore fisico e la lucidità mentale, era sparito completamente in lui non solo l’interesse per la politica ma anche per tutto ciò che lo circondava. 
Rimasto poi vedovo, mostrava solamente un barlume di dedizione verso me e i nipoti. Le urne disertate da tanti non lo scalfivano minimamente: erano per lui la conferma della giusta disaffezione generale verso la politica e nulla poteva cambiare oramai ai suoi occhi.
L’eredità del piccolo uomo sardo dai lineamenti marcati e dal volto severo non è però caduta nel vuoto, come temeva papà. Mi pare tuttora significativa poiché solleva la questione morale, la solidarietà fra i lavoratori, il confronto democratico e l’attenzione ai giovani e alle donne.
Tutti valori fondamentali che riecheggiano nelle sue ultime parole accorate: “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini…per quello che siamo stati e siamo...”.
Papà sarebbe sicuramente d’accordo.

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