Passa ai contenuti principali

Pranzo di famiglia

Cose importanti? Le occasioni per dirsele, o per tacere

Racconto
di Marina Zinzani

Ci si forma con il dolore, con la fatica, con la rabbia, ho letto una volta. Ci si forma soffrendo e questo dovrebbe portare a migliorarsi, miglioramento di sé come accade per il vino invecchiato nelle botti, il tempo e il buio lo rendono anche unico, a volte.
Sono al buio di questa stanza, steso a letto, e penso. Penso a quello che dovrò dire, dovrò fare domani. A come dirlo. Sembrano le scene di un film che un regista gira, prima una, poi un’altra perché quella non va bene.  Alla fine si arriva alla scena perfetta. Ecco, quella mi sono preparato.
Siamo al ristorante, è un pranzo di famiglia. Ci sono i miei genitori, sposati da quarant’anni senza mai un’ombra di crisi, mio fratello con la sua compagna, e io con Laura, mia moglie. Mia madre ha insistito per trovarsi tutti qui, perché è un posto in cui si mangia bene, fanno della carne ai ferri che è la migliore della zona, carne che arriva dalla Toscana.
Ecco, ci siamo. Li ho davanti, i miei genitori, mio padre dal volto ingrassato soprattutto da quando è in pensione, è un uomo che ride poco, vuole avere tutto sotto controllo, è lui il capofamiglia, forse vorrebbe esserlo anche adesso che i due figli sono fuori casa. Mia madre si è messa la collana di perle per l’occasione, la mette sempre in questi casi, deve essere andata dal parrucchiere, ma si è anche truccata oggi, ha il rossetto rosso, e poi l’anello prezioso che gli ha regalato mio padre per un loro anniversario, con degli smeraldi.
Mio fratello è leggero. Si vede da come si veste, jeans, camicia azzurra, magro, sciolto. Sciolto in ogni cosa, difficile vederlo impacciato nel risolvere i problemi, riflessivo. Sempre la soluzione pronta, spesso superficiale, del tipo “chi se ne frega”. Si è fatto crescere anche un filo di barba, e si lascia andare a sguardi complici con Serena, la sua compagna. Vivono insieme da quattro anni, lei è bella, oggi. Più bella del solito, si deve essere fatta qualcosa ai capelli che non capisco, forse una messa in piega diversa, forse è andata anche lei dal parrucchiere come mia madre. Parrucchiere per un pranzo, un normale pranzo di famiglia. Mah… Però il posto è di lusso, in qualche modo. I prezzi non sono proprio abbordabili. L’ultima volta che siamo stati qui è stato quando abbiamo conosciuto i genitori di Serena, quindi questo posto è legato alle occasioni importanti. Non ho pensato subito a questo, quando mia madre ha detto che aveva prenotato qui.
Io  e mia moglie ci stiamo separando. Ho pensato da giorni di dirlo qui, in questa situazione, perché ci siamo tutti, perché si dice una volta e non c’è bisogno di ripetere la stessa cosa ad ognuno. Perché in qualche modo un luogo pubblico limita le reazioni. E poi non ho voglia di dirlo prima a mia madre, poi a mio padre, e poi a mio fratello e a Serena…
Mi sono preparato la scena. Come un film. Quando dirlo? Non subito, questo l’ho capito. Prima ci sono gli antipasti, mi ricordo che erano cose raffinate, si parlava di erbe di campo l’altra volta, di salumi che erano tipici, nomi strani, non si parla solo di salame, di prosciutto, in questi posti, tutto deve essere accompagnato da nomi misteriosi, di luoghi che suggeriscono prodotti tipici, di un certo pregio.
No, facciamo mangiare gli antipasti. Facciamo mangiare anche il primo. Anche quella pasta di un certo tipo, ricercata. E poi il secondo, è meglio fare mangiare il secondo. C’è la carne alla brace, carne che viene dalla Toscana, quella che dice sempre mia madre, ci tiene tanto a mangiarla che non le si può rovinare il pranzo, la carne va mangiata in santa pace.
Il dolce: ecco, il più del pranzo è fatto, arriviamo alla fine. Ho visto la scena, come il regista che la gira. E’ il momento più adatto, e le battute, le battute sono quelle solite… “Devo dirvi una cosa, mi dispiace… ma io e Laura era da un po’ che non andavamo d’accordo… e così abbiamo deciso che è meglio separarsi… in fondo non abbiamo figli… è meglio così… rimaniamo in buoni rapporti…”
Silenzio. Ho immaginato il silenzio calare. Mio padre che mi fissa, poi guarda il piatto. Ha l’amarezza di un patriarca ferito, deluso. No, non può accadere nella sua famiglia. Non ci sono separazioni, nella sua famiglia. Non può accettare che il primogenito si separi. Sono storie che capitano agli altri.
Poi mia madre. Ho immaginato la sua reazione. Le vengono le lacrime agli occhi, guarda Laura e le dice, con tono dolce, come a una figlia, “Ma se ci sono delle crisi si superano, succede a tante coppie, poi, col tempo le cose si sistemano…”
Non so che reazione avrà mio fratello Andrea. In fondo lui sembra indifferente a tutto. Il contrario di me, che vivo ogni cosa sempre in profondità, con maledetta profondità. Mai visto due fratelli così diversi, così agli opposti. Io, il primogenito, subito responsabilizzato da quando è nato lui, come fosse finita la mia infanzia. Io che dovevo vivere ogni cosa come fosse una prova, come se ci fosse un traguardo. Dovevo fare bella figura. Dovevo essere buono, disciplinato, bravo a scuola. Se prendevo un otto, magari c’era qualcuno che aveva preso un nove, e io dovevo prendere nove, la prossima volta. Arrivare in alto, in una cima che però non si vedeva mai, veniva spostata sempre più in alto ogni volta.
Io a crescere in disparte, dopo la nascita di Andrea. Certe cose bisognerebbe dirle, anche se non si possono dire. Se si dicessero, mia madre e mio padre smentirebbero, direbbero che sogno, o sono girato male,  si sentirebbero attaccati, e darebbero colpa a me. Io che non capisco tutti i sacrifici che hanno fatto per me. Alla fine mi dovrei sentire in colpa. Beffa, proprio una beffa.
Ci si forma con il dolore, con il sentirsi appesantiti. La pesantezza di chi vede cose che altri non vedono, di chi soffre per le sofferenze degli altri, empatia la chiamano, sofferenze del nonno malato, sofferenze per un compagno caduto, sofferenze di persone morte in una strage. Questo mentre gli altri mangiano, parlano, fanno discorsi futili.
Ci si forma con la solitudine.  Quella provata da ragazzo, dopo la morte del mio migliore amico. Un banale incidente, era così giovane. Sedici anni. Mi trovavo bene con lui. Cosa sospesa, chissà come sarebbe stata la nostra vita negli anni…
Meno solitaria la mia, forse. Ho avuto pochi amici. Mi sembravano così superficiali, se non stupidi, alcuni… Non sono i più felici gli anni della giovinezza per certe persone, la stabilità affettiva, l’approdo, sono un miraggio, e la solitudine fa male.
E’ a quel punto che ho incontrato Laura. Veniva da una relazione finita, stavamo bene insieme. Si dice così, è questa la definizione di sottofondo dell’amore. Ci siamo sposati dopo un anno. Volevo andare via di casa, e anche lei. Eravamo sicuri del nostro amore.
Perché dico queste cose. Sono così banali. Perché parlo come parlano tutti, perché non dico che il matrimonio spesso è una speranza delusa, la nave che ti costruisci  per ripararti dalle tempeste a volte è costruita male, ha falle dove entra l’acqua, e puoi bagnarti, prima i piedi, poi le caviglie, poi tutto il corpo e il corpo annega, annega quando lei rientra a casa la sera, ha preso un impegno di lavoro notevole, molte responsabilità e orari pesanti, rientra tardi, la cena diventa due cose precotte, poca voglia di parlare, mal di testa, sono stanca, è stata una giornata dura, una sera, due sere, solitudine davanti alla tv, lei che parla poco, diventa difficile parlare di un figlio, come farebbe con un figlio, con il suo lavoro che la porterà anche a viaggiare all’estero qualche volta, chi lo gestisce un figlio, chi lo segue. E io che sarei suo padre ho il mio lavoro, ho orari poco compatibili con il portare a scuola un bambino, con il seguirlo nei compiti il pomeriggio, e lei dovrebbe avere il senso materno, lei non doveva accettare quel maledetto lavoro, io gliel’avevo detto, non ci sono solo i soldi ma la qualità della vita, quando avremo un figlio come farai, questo le dicevo, ma lei niente, i soldi servono, serve essere la numero uno, forse, avere una bella promozione, fare carriera, tanto i tuoi capi se ne fregano se tu mandi a monte una famiglia, se tu rientri a casa la sera distrutta e sei solo, sempre, di cattivo umore. E io, annichilito… Non so cosa fare… Quali parole trovare… La terribile sensazione, un giorno, di avere sbagliato tutto… non è questa la persona con cui volevo passare tutta la mia vita…
“Attenzione! C’è una cosa che devo dirvi…!”
Andrea ha preso la parola. Lo guardiamo. I miei genitori sorridono. Prende la mano di Serena. Ho capito tutto.
“Io e Serena aspettiamo un bambino, è un maschio. E questa è la prima notizia. Poi la seconda notizia è che abbiamo deciso di sposarci!”
La gioia. La gioia negli occhi di mio padre, brindisi, subito bisogna brindare, subito bisogna chiedere, allora, di quanti mesi  sei, come lo chiamerai, come farai con il lavoro, chi lo baderà il bambino, bello, bellissimo, stupendo, è giusto anche sposarsi, un bambino deve avere una famiglia, mamma e papà sposati, mi sembra giusto, è veramente una cosa bellissima, avete l’ecografia dietro? Voglio vederla, vedere questo piccolino, un maschio, porterà avanti il nome della famiglia, il primo nipote maschio.
Dovevo immaginarlo. Ecco perché si sono riuniti qui. Lo sapevano già? No, forse lo sapeva la mamma, che ha poi prenotato in questo ristorante con la scusa della carne. Il posto delle grandi occasioni. Istituzione e famiglia, dovrei dire. Festeggiamenti adeguati.
Laura è accanto a me, non ha detto una parola, finora. Ha i capelli neri, lunghi, lisci. Sono tinti di un nero che la invecchia, per il resto il fisico magro risalta con i pantaloni bianchi e la maglia nera attillata. E’ la donna che ho sposato e la donna che mi ha deluso. Io arrivo dopo il lavoro, nessun vero progetto insieme. Parlare serve a poco, quando si è diversi, quando io mi appassiono per un film, un libro, e lei accenna a qualcosa, senza chiedere più di tanto, senza essere coinvolta. Ecco, la parola giusta. Non si lascia coinvolgere, con quel distacco che ha anche Andrea, che rende le persone leggere, forse vincenti.
Allora, lo devo dire o no? Rovinerei la festa, farei veramente un torto a tutti, che vogliono godersi questo momento. La loro bella famiglia. Mamma e papà e due figli felicemente sposati. Andrea quello coccolato sempre, quello a cui è stato perdonato tutto, quello che se non prende il massimo dei voti va bene lo stesso, quello che è amato da mia madre di più di me… Devi fare bella figura, li risento i discorsi di mia madre quando c’era un’interrogazione a scuola.
Mi rischiaro la voce. Voglio non farla più, bella figura.
“Beh, anch’io ho una cosa da dirvi. Presto vivrò in un’altra casa, perché io e Laura ci stiamo separando.”
Mio padre mi guarda.
“Era questo il momento di dirlo, Tommaso?”
Ci si forma con il dolore, con le mani nella creta, nel fango. Ci si forma con la solitudine. Con la consapevolezza che si è soli. Potevi dire mille altre cose, papà, perché, mi dispiace, come mai, provate a riappacificarvi, potrai rifarti una vita. Invece no. L’unica cosa che dici è che ho scelto il momento sbagliato.
Sbagliato. Tutta la vita mi sono sentito sbagliato. Uno che se la prende per un nonnulla. Uno che legge libri tristi.
Il regista gira la sua scena.  Vado in bagno. Ancora conferma di essere un perdente, di valere così poco agli occhi degli altri, soprattutto di mio padre.
E’ lì fuori dal bagno, Serena. Mi ha seguito. Mi dispiace, dice. E mi abbraccia.

Commenti

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Tra i due litiganti il terzo gode: la saggezza popolare in una mollica

(a.p. - Introduzione a Laura Maria Di Forti) ▪️ Il proverbio di oggi: “ Tra i due litiganti il terzo gode ”. Non si è mai soli neppure nei litigi. Chi beneficia dei contrasti altrui? La tradizione popolare italiana si è sempre espressa con proverbi e modi di dire, rimasti poi nella memoria comune. Oltre le apparenze, non sono una ingenua semplificazione della realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno. Molto di più, uno sforzo per riflettere e capire. E magari scovare il bandolo della matassa. Interpretano sentimenti diffusi, traducono in poche battute concetti complicati, tramandano una saggezza solo apparentemente spicciola, qualche volta sono persino di aiuto per suggerirci le mosse opportune. Ci hanno consolato, ammonito, contrariato. Ce ne siamo serviti per affrontare momenti difficili e uscire da situazioni scabrose. Già pubblicati: Il mattino ha l’oro in bocca ,  Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco (Laura Maria Di Forti – PROVERBIO) ▪️ Senza pensieri seduto su una pan...

Quel fiume colmo che straripa: il ritorno della Terza Pagina, cura dell’anima 📝

(Introduzione a Paolo Brondi). C’è stato un tempo in cui aprire il giornale significava imbattersi in un’oasi di silenzio e riflessione. Si chiamava Terza Pagina: il luogo dove i fatti di ieri diventavano le idee di domani. Oggi che la cultura è spesso confinata negli angoli o sommersa da un flusso incessante di stimoli, riscoprire quella 'voce' non è nostalgia, ma resistenza. È la riconquista di quel fiume che, quando è troppo colmo, rischia di travolgerci. Fermiamoci un istante, per ritrovare noi stessi tra le pieghe di un foglio e i versi senza tempo di Borges. (Paolo Brondi) ▪️ La rigenerazione del pensiero La rilettura della terza pagina, così come compariva sul Corriere della sera ormai in tempi lontani, potrebbe valere come una rinascita, una rigenerazione, una riconquista d'equilibrio. Lo scorrimento delle pagine che oggi relega la cultura quasi in ultimo, oltre l'addensarsi di un sapere plurisignificante, è per la coscienza del lettore come un fiume che troppo ...

Gli amanti di Marc Chagall, tra sogni volanti e la solitudine della realtà

(a.p. - INTRODUZIONE) ▪️ Fantasie popolari, figure volanti, personaggi solitari. Il presente, in Marc Chagall, è sempre trasfigurato in un sogno che richiama le suggestioni della sua infanzia, comunque felice nonostante le tristi condizioni degli ebrei russi, come lui, sotto lo zar. Colori liberi e brillanti accompagnano figure semplici e sinuose, superano i contorni dei corpi e si espandono sulla tela in forme fantastiche. Le sue opere sono dedicate all’amore e alla gioia di vivere, descrivono un mondo poetico che si nutre di ingenuità ed è ispirato alla fiaba, così profondamente radicata nella tradizione russa. (Marina Zinzani - TESTO) ▪️ Desideravo una casa, un luogo caldo ed accogliente in cui tornare la sera. Desideravo qualcuno a cui raccontare la mia giornata. Desideravo un grande albero, a Natale, pieno di luci e di regali. Desideravo una bambina che mi accogliesse buttandomi le braccia al collo. “Il mio papà!”: ecco le sue parole. Desideravo un luogo di vacanze, ma soprattutt...

Come una farfalla: il battito d'ali che sa di casa 🦋

(Introduzione a Valeria Giovannini). L'elaborazione del lutto e il legame indissolubile con chi non c'è più passano spesso attraverso piccoli segni della natura. In questo racconto, un pranzo in montagna si trasforma in un momento di spiritualità e tenerezza, dove una farfalla diventa il ponte tra il passato e il presente, tra la terra e il "mondo altro". (Valeria Giovannini). Una visita inaspettata nel giardino di casa Nel giardino di casa, in montagna, oggi è avvenuta una magia. Stavamo pranzando all'aperto, come sempre, quando una stupenda farfalla si è posata su un muro. «Mamma, papà, guardate che bella!». «Ah sì, è la nonna Anna». Mio figlio mi ha guardata perplesso, mio marito ha fatto segno per dire che sono matta. No, è che io ho sempre avuto la convinzione che la nonna mi avrebbe salutata così, dal mondo altro. Così, l'ho raccontato ai miei due uomini. Il ricordo dell'ultimo fremito Quando le si fermò il cuore, avevo la sua mano, scossa dagli ulti...

Val di Susa: la violenza organizzata e la risposta che manca

(Introduzione ad a.p.). La gravità degli eventi in Val di Susa impone un'analisi che vada oltre l'emotività del momento. L’entità dei danni, il profilo dei manifestanti e i limiti dell'attività di prevenzione, portano ad una lettura critica delle implicazioni di quanto accaduto. (a.p.) La gravità dei fatti e la pianificazione dell'attacco A distanza dagli eventi della Val di Susa, la cenere degli scontri lascia il posto a una necessaria riflessione a freddo sui fatti, sulle loro implicazioni e sulle risposte che le istituzioni sono chiamate a dare. Quanto accaduto non può essere archiviato come l'ennesima protesta di piazza finita male, ma richiede un'analisi lucida della mutazione che ha interessato certi fenomeni di dissenso. Il dato di realtà da cui partire è la gravità delle conseguenze materiali e umane: la distruzione sistematica della logistica del cantiere e il ferimento di 124 agenti delle forze dell'ordine rappresentano il bilancio di un'azione...