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Delitto e castigo: il castigo esistenziale contro la pena giuridica

Ritratto di Fëdor Dostoevskij, autore di Delitto e castigo, che simboleggia il castigo esistenziale e morale.

👤 Giudicare gli altri: la condanna che ci avvelena

(Valeria Giovannini – RIFLESSIONE) ▪️
«In ogni condanna e in ogni assoluzione che rivolgiamo agli altri c'è un volgare rigurgito di innocenza per noi stessi, guadagnato a poco prezzo. Con la condanna infatti vogliamo soprattutto evitare di vedere noi stessi», scrisse tempo fa Umberto Galimberti.
Ogni volta che giudichiamo, ci mettiamo al riparo. Nella nostra zona comfort. Ci sentiamo migliori. Invece, la condanna ci avvelena. Poco per volta. I veri condannati siamo noi. Senza riconoscere nell'altro qualcosa che ci appartiene intimamente. Perché siamo tutto e il contrario di tutto. Eroi e codardi. Assassini e vittime. Onesti e ladri. Santi e dannati. Questione di prospettiva. E di aver vissuto nella pelle di un altro, prima di parlare. Meglio tacere piuttosto che condannare. Piuttosto che assolvere. E lasciarsi attraversare dalla compassione.
«Non a te mi sono inchinato, ma mi sono inchinato a tutta la sofferenza umana»: sono le parole che Raskolnikov rivolge a Sonia nel capitolo più intenso, elevato e sublime di delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij.

📝 Castigo e pena: Beccaria e Dostoevskij a confronto

Ritratto di Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene, che simboleggia la pena giuridica e laica.
(a.p. COMMENTO) ▪️
Un confine complesso sembra distinguere la coscienza (laica o religiosa che sia) dal diritto. Li separa o li contrappone un limite incerto, labile, oscuro, anche mascherato talvolta. Nitido, evidente, dichiarato, quando cambia la prospettiva con la quale si guarda alle azioni umane.
Così, il titolo originale del capolavoro “Delitto e castigo” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, pubblicato nel 1886 (in russo “преступление и наказание”, in italiano “Il delitto e la pena”) richiama chiaramente quello del trattato “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, testo ampiamente conosciuto in russia in quanto tradotto già nel $1803$.
A parte le assonanze linguistiche, tuttavia, la nozione di pena secondo Beccaria è radicalmente diversa da quella di castigo nel pensiero di Dostoevskij.

🙏 La sanzione morale e il riscatto spirituale

Questo, ispirato ad un profondo esistenzialismo religioso, individua la pena nella sanzione morale, che si nutre del riconoscimento della colpa commessa, del pentimento e del rinnovamento spirituale.
E delinea come possibile la salvezza, per ogni uomo che si sia macchiato anche di crimini orrendi, nel riscatto morale, accompagnato dal supporto insostituibile dell’amore, come quello offerto gratuitamente dalla giovane Sonia all’omicida Raskolnikov.
La regola del giudizio non subisce peraltro, come sembrerebbe, una sospensione; non è infatti assente, ma opera in una dimensione fortemente interiorizzata travalicando decisamente quella, pubblica, della condanna “giuridica” per il delitto commesso: è tormento dell’anima, desolazione emotiva, castigo, sofferenza e devastazione, sino alla rinascita interiore.
Nella coscienza individuale trovano eco certamente le contraddizioni, le ambiguità, le paure, i bisogni, i percorsi frammentati dell’animo, che richiedono attenzione, conoscenza intellettuale, approfondimento emotivo. In cui il chiaro e lo scuro si sommano e si confondono, spesso, in un intreccio, che esige in primo luogo rispetto, oltre che analisi non superficiali.

🏛️ Diritto e peccato: il confine tracciato da Beccaria

Tuttavia, il cammino storico delle società, da epoca immemore, poggia, necessariamente, sulla distinzione tra reato e peccato, come appunto chiarito in modo esemplare nella riflessione di beccaria, ispirata ad una concezione laica ed illuministica.
Un criterio che si ferma ai limiti della coscienza, senza misconoscerla né fraintenderla, anzi comprendendola e persino facendola propria ma sul piano della determinazione dei principi della convivenza sociale: non uccidere, non rubare, non usare violenza. Non anche nel momento concreto dell’atteggiamento pubblico davanti al crimine.
Il reato, direbbe Beccaria, è un danno alla società e quindi all’utilità comune che si esprime come idea nata dal rapporto fra uomini, dall'urto delle opposizioni delle passioni e degli interessi; il peccato, invece, si costituisce come un reato che l'uomo compie nei confronti di dio (oppure, per i non credenti, contro la sua coscienza), che quindi può essere giudicabile e condannabile solo dallo stesso “essere perfetto creatore” o dalla soggettività individuale.

❓ Esito dell'azione vs. malizia del cuore

Un giudizio confinato dunque ad una dimensione puramente metafisica, oppure inapplicabile e dunque insufficiente a regolare i rapporti umani secondo necessità.
L'ambito in cui il diritto può intervenire legittimamente non attiene dunque alla coscienza morale del singolo, che è imperscrutabile da parte dell'uomo, tanto quanto fraintendibile nell’intenzione.
All'uomo deve interessare l'esito dell'azione, non la premessa. La gravità del peccato dipende dalla malizia del cuore. Che sfugge certo ad ogni valutazione esteriore, ma che non può nemmeno conoscersi senza rivelazione. Come assumerla a discrimine delle condotte umane?

Foto 1. Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
Foto 2. Cesare Beccaria.
Foto 3. Caspar David Friedrich. Viandante sul mare di nebbia. )

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